di Nello Dipasquale
Deputato PD ARS
Il tempo delle prossime elezioni regionali si avvicina e, con esso, il momento in cui i siciliani dovranno interrogarsi non solo su ciò che non ha funzionato, ma soprattutto sulla direzione da prendere. Non sarà soltanto una scelta tra candidati e coalizioni, ma un confronto tra chi vuole continuare a gestire l’esistente e chi intende trasformare le potenzialità dell’isola in sviluppo, diritti e opportunità.
Quando arriverà il momento del voto, però, non saremo chiamati a giudicare i soli anni del del governo Schifani, ma anche quelli della legislatura guidata da Musumeci. Dieci anni segnati dalla stessa coalizione e dagli stessi uomini, che hanno tenuto in ostaggio il futuro e la crescita della Sicilia.
Durante il governo Musumeci si sarebbero dovute realizzare le riforme strutturali di cui l’isola ha bisogno: quella forestale, quella dei consorzi di bonifica, quella del sistema dei rifiuti con la realizzazione dei termovalorizzatori, per citarne alcune. Nulla di tutto questo è stato fatto e con Schifani l’inerzia è proseguita con l’aggravante dell’abbandono etico e morale della Regione, mentre la politica si riduceva sempre più alla gestione del potere.
Le varie vicende giudiziarie che hanno coinvolto, a diverso titolo esponenti della maggioranza, manager della sanità e dirigenti nominati dal centrodestra non possono essere liquidate come una sequenza di problemi individuali. Le responsabilità penali saranno accertate dalla magistratura, ma la responsabilità politica esiste già. Quando il clientelismo diventa metodo e il confine con l’affare si assottiglia, viene inferta un’altra ferita alla credibilità delle istituzioni.
Il presidente Schifani non può dichiararsi estraneo a ciò che avviene nella coalizione che guida. È sua la responsabilità politica della maggioranza, delle nomine e delle scelte compiute. La questione morale non è un argomento da usare contro gli avversari, ma un principio che deve valere per tutti: trasparenza nelle nomine, sobrietà nell’uso delle risorse pubbliche, separazione tra interessi privati e funzioni istituzionali. Se alla selezione della classe dirigente si sostituisce la spartizione degli incarichi la fiducia dei cittadini è compromessa.
Il settore dove questa crisi politica e morale mostra le conseguenze più gravi è la sanità, trasformata in terra di conquista. I pronto soccorso sono stati abbandonati, il personale è insufficiente e sottopagato, le liste d’attesa spingono chi può verso il privato e spesso costringono gli altri a rinunciare alle cure. I medici siciliani percepiscono compensi molto più bassi rispetto ai colleghi di altre regioni a statuto speciale, come il Trentino-Alto Adige. Il risultato è la fuga dei professionisti e il progressivo abbandono del sistema sanitario siciliano.
Cambiare la Sicilia significa innanzitutto fermare questo processo. Il diritto alla salute non può dipendere dalla provincia in cui si vive o dalla possibilità di pagare una prestazione privata. Occorre investire nel personale, nella medicina territoriale, nella prevenzione e nella riduzione effettiva delle liste d’attesa. Le strutture devono essere realmente operative, dotate di professionisti e accessibili a tutti.
Lo stesso vale per il diritto alla mobilità. Strade e autostrade incompiute, collegamenti ferroviari inadeguati e trasporto pubblico insufficiente limitano la libertà delle persone, frenano le imprese e aggravano le diseguaglianze tra i territori.
La vicenda dell’autostrada Siracusa-Gela è emblematica. Il tratto fino a Modica è stato aperto, ma il proseguimento verso Scicli resta privo delle risorse necessarie. I 350 milioni stanziati nel 2022 per il lotto fino a-Scicli sono stati scippati, lasciando ancora una volta il Sud-Est davanti a un’opera incompiuta. Non è soltanto una rivendicazione ragusana: completarla significa collegare meglio il porto di Pozzallo, l’aeroporto di Comiso e un sistema produttivo strategico per la Sicilia.
Anche l’aeroporto di Comiso dimostra la necessità di superare una politica fatta di interventi episodici. Lo scalo non può vivere tra crisi dei collegamenti, risorse insufficienti e assenza di una strategia stabile. Deve essere inserito in un sistema aeroportuale siciliano equilibrato, con investimenti pluriennali e una prospettiva di sviluppo che comprenda anche la funzione cargo.
Questi esempi mostrano che una nuova idea di Sicilia deve partire dai territori. La Regione non può ricordarsi delle province soltanto davanti a un’emergenza o a una protesta. Governare significa ascoltare le differenze, rafforzare gli enti locali, sostenerli nella progettazione e garantire risorse e personale adeguati.
Cambiare la Sicilia significa anche cambiare il funzionamento delle istituzioni. La pubblica amministrazione deve essere uno strumento al servizio dei cittadini e delle imprese. Servono competenza, trasparenza e tempi certi, insieme a organismi di garanzia realmente indipendenti.
Il disegno di legge che ho presentato per istituire il Difensore civico regionale nasce da questa convinzione. La Sicilia non può restare priva di una figura presente nella quasi totalità delle altre regioni. Garantire i diritti significa offrire strumenti semplici e accessibili per farli valere, soprattutto di fronte a presunte ingiustizie da parte della pubblica amministrazione.
Il cambiamento, tuttavia, non può essere improvvisato alla vigilia delle elezioni né ridursi alla costruzione di uno schieramento alternativo al centrodestra. Chi si candida a governare deve dimostrare di possedere una cultura di governo, una classe dirigente credibile e un programma costruito attraverso il confronto con comunità, parti sociali, mondo produttivo, università e associazioni.
Il centrosinistra deve superare divisioni e personalismi. L’unità è necessaria, ma ha valore solo se nasce attorno a obiettivi riconoscibili e a una visione condivisa. Dobbiamo costruire un’alternativa che tenga insieme crescita economica e giustizia sociale, innovazione e sostenibilità, diritti e responsabilità. Una proposta capace di sostenere il lavoro, investire nella formazione, trattenere i giovani e utilizzare bene le risorse europee.
La Sicilia non è condannata all’immobilismo. Nei nostri territori ci sono amministratori, lavoratori, imprenditori, professionisti, associazioni e giovani che producono valore, innovano e si assumono responsabilità. La politica deve riconoscere queste energie e creare le condizioni perché possano crescere.
La campagna elettorale arriverà, ma il futuro della Sicilia deve cominciare prima. È tempo di mettersi al lavoro per chiudere dieci anni di immobilismo e gestione del potere, restituire forza ai territori, credibilità alle istituzioni e concretezza ai diritti. Per costruire una Regione capace di scegliere, programmare e realizzare.
Per cambiare davvero la Sicilia.

