FAR RISORGERE IL CENTRO SERVIZI CULTURALI “EMANUELE SCHEMBARI” PER UNA VERA POLITICA CULTURALE IN CITTÀ
di Leandro Papa
Direttore Comunità Progressista
Il caso Bitume e il polverone sul partenariato pubblico-privato del Castello di Donnafugata sono due facce della stessa questione: a Ragusa esiste un problema strutturale sul tema culturale. Un problema che emerge ogni volta che si discute del destino di un luogo simbolico, ogni volta che si interviene su un bene storico, ogni volta che si apre il confronto sul rapporto tra interesse pubblico, valorizzazione economica e identità collettiva.
Nel caso Bitume, la demolizione dell’ex fabbrica e la perdita di un’esperienza che aveva intrecciato memoria industriale, arte urbana e rigenerazione culturale hanno acceso una discussione profonda sul valore dei luoghi contemporanei e sul significato stesso di patrimonio culturale.
Nel caso del Castello di Donnafugata, invece, il lungo, controverso e fallimentare percorso del partenariato speciale pubblico-privato ha fatto emergere interrogativi altrettanto importanti: quale modello di gestione per i grandi attrattori culturali? Quale equilibrio tra pubblico e privato? Quale ruolo per la città e per la comunità culturale nelle scelte strategiche? E soprattutto: esiste una visione complessiva della politica culturale cittadina oppure si procede per singoli interventi scollegati? In entrambi i casi il dibattito è esploso a valle delle decisioni, spesso in modo polarizzato, senza che esistesse una vera cabina di regia capace di orientare le scelte, costruire partecipazione, prevenire conflitti e soprattutto tenere insieme cultura, identità, turismo, formazione e sviluppo urbano.
È qui che emerge il nodo vero: a Ragusa la questione culturale non nasce dalla mancanza di luoghi, ma dall’assenza di una regia.
Ed è un paradosso, perché una possibile regia — almeno sulla carta — la città l’avrebbe già, cioè il Centro Servizi Culturali “Emanuele Schembari”. Il CSC nasceva proprio con questa funzione: coordinare, sostenere, mettere in rete, favorire la partecipazione culturale, dialogare con associazioni, scuole, istituzioni e operatori. Non era stato pensato come un semplice ufficio comunale o come una sala da concedere all’occorrenza. Era, almeno nella sua impostazione originaria, uno strumento di politica culturale. Una struttura pubblica pensata per fare sistema.
Eppure, mentre il Centro Servizi Culturali veniva progressivamente svuotato, il Comune ha scelto di mettere su un altro contenitore, prendendolo in affitto e spendendoci soldi pubblici per renderlo fruibile: il Centro Commerciale Culturale “Mimì Arezzo”.
Già nel nome risiede una contraddizione che meriterebbe una riflessione seria. L’accostamento tra “centro commerciale” e “culturale” può sembrare moderno o provocatorio, ma rischia di rivelare una visione precisa: la cultura ridotta a prodotto, a vetrina, a spazio da occupare, a offerta da consumare. La cultura, invece, non è merce in senso tradizionale. Non è soltanto intrattenimento, né semplice riempimento di locali, né calendario di eventi. È relazione, formazione, memoria, partecipazione, conflitto, identità collettiva.
Il punto non è negare l’utilità del Centro Commerciale Culturale. Uno spazio polifunzionale può essere utile, può ospitare iniziative, può diventare luogo di incontro e produzione culturale. Ma il problema è un altro: perché creare un nuovo contenitore culturale mentre esisteva già un Centro Servizi Culturali che, se adeguatamente rilanciato, avrebbe potuto coordinare quello spazio insieme a tutti gli altri luoghi della città? Perché inventare una nuova etichetta invece di rafforzare lo strumento che sulla carta era nato proprio per costruire sistema? Negli ultimi anni, di fatto, si è tentato di cambiare modello senza dirlo apertamente: da una idea di governance culturale diffusa e coordinata si è passati progressivamente a una logica fatta di singoli contenitori, singoli eventi, singole operazioni. Ma senza una vera infrastruttura culturale alle spalle.
C’è stato anche un tentativo di affidare in gestione il Centro Commerciale Culturale, tentativo che è poi fallito. E quel fallimento non va letto come un semplice incidente amministrativo. È il sintomo di un errore più profondo: si è pensato di risolvere un problema di visione con una soluzione gestionale.
Ma senza una strategia complessiva, senza un soggetto forte, senza una rete strutturata, anche il contenitore più ambizioso finisce per diventare uno spazio da riempire di volta in volta.
Nel frattempo, il CSC “Emanuele Schembari” è rimasto in coma operativo. Esiste formalmente, ma non incide. Non coordina, non programma, non orienta. Sopravvive amministrativamente, ma ha smesso di esercitare quella funzione di raccordo che avrebbe potuto evitare proprio la frammentazione attuale.
E la contraddizione diventa ancora più evidente se si guarda al patrimonio culturale della città. Ragusa dispone di luoghi straordinari: l’Auditorium San Vincenzo Ferreri a Ibla, la sala Falcone Borsellino, Palazzo Cosentini, Palazzo della Cancelleria, Palazzo Sortino, il Monastero di Santa Teresa e l’ex Distretto Militare — entrambi legati anche alla presenza dell’Università di Catania — la sede del CSC in via Diaz, il complesso del Carmine oggi Casa delle Associazioni, il Centro Commerciale Culturale, il Castello di Donnafugata, Villa Ottaviano a Marina di Ragusa. E presto si aggiungeranno Villa Moltisanti e il Teatro Concordia, che sarà presto la prima vera sala pubblica polifunzionale del centro storico.
Proprio il tema del teatro rende evidente un’altra fragilità strutturale della città. Ragusa non dispone oggi di un teatro pubblico degno di questo nome. In centro esistono due spazi privati: uno recentemente utilizzato per stagioni teatrali, l’altro chiuso ormai da decenni. È una carenza enorme per una città che ambisce a svolgere un ruolo culturale centrale nel territorio. Il Teatro Concordia può rappresentare una svolta importante, ma soltanto se inserito dentro una strategia complessiva. Altrimenti rischia di diventare l’ennesimo contenitore isolato.
Perché il problema resta sempre lo stesso: tanti luoghi, nessun sistema. Eppure, la cultura a Ragusa esiste ed è viva. Vive nelle associazioni, nei gruppi, negli operatori, nei volontari che quotidianamente organizzano eventi, producono contenuti, tengono vivi i luoghi. Una rete diffusa che spesso supplisce alle assenze delle istituzioni. Ma è una rete che resta troppo spesso ai margini dei processi decisionali, senza strumenti stabili di confronto, senza una vera partecipazione alla programmazione culturale della città.
Ed è qui che il CSC deve tornare al centro. Non per nostalgia e non per conservare una sigla, ma perché può rappresentare lo strumento giusto nel momento in cui la città ne ha più bisogno: una cabina di regia pubblica, partecipata, capace di tenere insieme spazi, associazioni, università, turismo, produzione culturale e comunità.
Ma per farlo non basta riaprire una stanza o nominare un presidente. Serve una rifondazione vera. La proposta potrebbe essere quella di trasformare il CSC nel perno di una fondazione di partecipazione per la cultura cittadina. Non una fondazione pensata per privatizzare la cultura, né per sottrarla al controllo pubblico, ma per darle strumenti più adeguati: autonomia gestionale, capacità di programmazione, continuità nel tempo, possibilità di attrarre risorse e costruire una progettualità stabile.
Il Comune dovrebbe mantenere indirizzo e controllo strategico. Ma la fondazione dovrebbe costruire il sistema: programmare, coordinare, valorizzare, coinvolgere. Dare finalmente voce alle associazioni che in questa città la cultura la fanno davvero ogni giorno. Integrare il rapporto con l’università.
Mettere in relazione Ibla, Ragusa superiore, Marina e Donnafugata. Solo così ogni spazio può trovare il suo ruolo dentro un disegno complessivo.
Il Centro Commerciale Culturale smette di essere un episodio e diventa parte di una rete. Il Castello di Donnafugata smette di essere un caso politico permanente e diventa un pilastro culturale e turistico. Il Teatro Concordia può diventare il cuore di una programmazione stabile. Villa Moltisanti entrerà in un sistema già strutturato invece di essere semplicemente inaugurata e poi lasciata alla gestione ordinaria.
La differenza è tutta qui: passare dalla gestione dei contenitori alla costruzione di una politica culturale. Ragusa non ha bisogno di moltiplicare gli spazi.
Gli spazi li ha già. Ha bisogno di dare loro un senso, una connessione, una visione. Non ha bisogno di trattare la cultura come merce da esporre in un “centro commerciale”. Ha bisogno di riconoscerla come bene pubblico, infrastruttura sociale, strumento di crescita civile ed economica.
Far risorgere il CSC “Emanuele Schembari” significa allora recuperare una intuizione rimasta incompiuta e aggiornarla al presente. Significa costruire finalmente quella regia culturale che oggi manca.
Comunità Progressista n. 6 – Maggio 2026













