di Daniele Lo Presti
Giovani Democratici Ragusa
L’evento dello scorso 4 agosto, “Partecipazione politica. Alle radici della democrazia”, è stato un’occasione per fermarsi a riflettere sullo stato di salute della nostra democrazia, partendo da uno degli indicatori più significativi per comprenderne i cambiamenti: la partecipazione politica.
Grazie agli interventi e alla preparazione del professor Raniolo e del professor Di Mauro, abbiamo ripercorso le trasformazioni della partecipazione politica italiana dalla nascita della Repubblica fino ai nostri giorni. Un percorso che ha permesso di mettere a confronto epoche molto diverse tra loro e di interrogarsi sulle ragioni che hanno portato, nel corso degli anni, a una progressiva riduzione della partecipazione politica tradizionale. A questo confronto si è aggiunta la testimonianza dell’onorevole Nello Dipasquale, che ha portato nella discussione la propria esperienza diretta maturata in oltre trent’anni di attività politica. La sua testimonianza ha permesso di affiancare all’analisi accademica una prospettiva concreta, fatta di esperienze, trasformazioni e cambiamenti vissuti direttamente nel rapporto tra politica e cittadini.
È emerso così un interrogativo centrale: cosa significa partecipare alla vita politica oggi? Una delle riflessioni che più mi hanno colpito è stata quella del professor Raniolo sul ruolo dei partiti di massa. Quelle forme di partecipazione, che per decenni hanno rappresentato uno dei principali strumenti attraverso cui milioni di persone si avvicinavano alla politica e alla vita collettiva, hanno ormai esaurito il proprio ruolo storico. Pensare di poter semplicemente tornare a quel modello significherebbe, probabilmente, guardare al passato anziché comprendere la società nella quale viviamo. Il problema, allora, non è tanto come riportare in vita quelle forme di partecipazione, quanto come costruirne di nuove. Ed è forse proprio questo il punto più difficile: oggi non abbiamo ancora una risposta definitiva.
La nuova partecipazione alla quale dobbiamo guardare deve essere cercata nella società contemporanea, nelle sue trasformazioni e nei nuovi modi attraverso cui le persone si incontrano, si organizzano e costruiscono relazioni. In questo senso, come suggeriva il professor Raniolo, possono assumere un ruolo importante l’associazionismo e la società civile.
Ma se non sappiamo ancora esattamente quale sarà la forma della partecipazione politica del futuro, una cosa credo di averla compresa: per contare, per incidere, per cambiare le cose, bisogna esserci. Non è un caso che “Esserci” fosse il nome della scuola di politica che si è tenuta a Frascati e alla quale ho avuto la fortuna di partecipare. Perché la partecipazione, prima ancora di essere una tessera, un voto o un incarico, è presenza. È la scelta di uscire dall’isolamento, di incontrare altre persone, di discutere, di organizzarsi e di provare insieme a costruire qualcosa. Ed è per questo che credo sia importante continuare a organizzare eventi, feste, momenti di confronto e di ritrovo. Potrebbero sembrare strumenti semplici, quasi lontani dalle grandi questioni della politica, ma è proprio attraverso questi momenti che una comunità può tornare a costruirsi. Solo incontrandoci possiamo riconoscerci come parte di qualcosa; solo partecipando possiamo trasformare le nostre idee in azione.
Anche per questo non considero casuale il nome del giornale del circolo del Partito Democratico di Ragusa: “Comunità Progressista”. Le due parole racchiudono, a mio avviso, una parte importante della sfida che abbiamo davanti. Essere progressisti significa immaginare il cambiamento, ma per farlo abbiamo bisogno di una comunità capace di discuterlo, sostenerlo e costruirlo insieme. Il 4 agosto, quindi, non è stato soltanto un momento di approfondimento sulla partecipazione politica. È stato anche un momento di partecipazione in sé: persone che si sono ritrovate e hanno ascoltato, discusso e condiviso idee.
Ed è proprio per questo che, come organizzatore dell’evento, mi sento innanzitutto fortunato. Fortunato per aver avuto la possibilità di creare uno spazio nel quale le persone potessero incontrarsi e, semplicemente, esserci. Perché forse è da qui che dobbiamo ripartire: non dalla nostalgia per una partecipazione che non esiste più, ma dalla volontà di costruirne una nuova. Una partecipazione diversa, adatta al nostro tempo. Una partecipazione che, prima di tutto, ci chieda di esserci.
Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

