Skip to content

Elly Schlein, la sfida alla subalternità e la “nuova” agenda progressista

di Luciana Licitra

Lo ha detto a fine agosto a proposito dell’estenuante dibattito estivo sulle primarie: “inutile, dannoso e subalterno”. Cioè calato nell’agenda politica dall’alto e/o da altri, siano questi rappresentanti di altre forze del campo progressista o giornalisti, conversazioni sul bagnasciuga o ai tavolini di un bar.

È così, con una battuta lampo rilasciata alla stampa, che la segretaria più longeva del Partito Democratico, prima donna a ricoprire l’incarico, ha messo la parola fine a un chiacchiericcio oramai consunto, ma non per questo innocuo e soprattutto non scelto da lei; e ha ribadito la traiettoria che sin dalla sua elezione ha inteso imprimere al partito: la sfida alla subalternità politica e culturale.

Il 13 settembre, in occasione della chiusura della Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, ha poi declinato quella battuta in un discorso fiume che non lascia spazio a dubbi sulle intenzioni.

Prima ha rivendicato i risultati della sua segreteria: l’unità interna del Partito Democratico come presupposto dell’unità, testardamente voluta e intessuta da lei stessa, del campo progressista. La conferma di quell’unità è la durata inedita del suo mandato, che ha retto e continua a reggere nonostante gli infausti presagi dei molti che prima non l’hanno vista arrivare e poi hanno continuato a sottovalutarla e svalutarla, lei “di sinistra, donna, quarantenne, libera e non conforme agli standard”, come si è autodescritta. In pratica un soggetto imprevisto e, almeno da una parte dell’establishment di centrosinistra, incompreso e indesiderato.

Poi ha delineato la nuova agenda politica progressista a partire dai fondamentali costituzionali e dai bisogni materiali del Paese: difesa della sanità pubblica e dell’istruzione pubblica, lavoro dignitoso, politica industriale, giustizia sociale e giustizia climatica, diritti e democrazia, pace. Niente che non sia già previsto nella nostra Carta, niente di nuovo né tanto meno di rivoluzionario, insomma. A meno di non voler considerare rivoluzionario l’assetto su cui si fonda la Repubblica italiana dal 1948.

Eppure si tratta di un programma che oggi, in piena crisi della rappresentanza e delle istituzioni democratiche, appare radicale. Parola che la stessa segretaria ha più volte usato durante il comizio, definendo il suo progetto per il Paese “radicale nelle idee e ancorato a soluzioni pragmatiche, possibili, concrete”. Radicale come sono le domande che arrivano dalle persone reali, come la scelta tra pagare le bollette o l’affitto, tra curarsi o mandare i figli al centro estivo, ha precisato. Radicale come voler dare spazio a quell’eccedenza sociale che si muove fuori dai partiti, dai quali non si sente più rappresentata, e che esprime un desiderio di partecipazione che va intercettato e interpretato.

Ebbene, con il salto all’indietro fatto in questi anni da una parte del centrosinistra, parlare oggi di riformismo sociale radicale suona come un ossimoro. Ma la domanda che bisogna farsi, e alla quale prova a rispondere Mila Spicola nel suo libro L’Italia secondo Elly Schlein. Un’altra idea di Paese (Castelvecchi 2026), è questa: quando esattamente abbiamo iniziato a intendere “riformismo” come “governismo” e “radicalità” come “estremismo”? Quando si è verificato quello smottamento delle idee e del linguaggio che sta alla base delle reazioni allarmate alle parole di Schlein quando afferma, sempre dal palco di Reggio Emilia, che il modello neoliberista ha fallito perché si è dimostrato insostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale?

Quando, cioè, pensare la politica progressista come anelito e progetto di trasformazione delle strutture economiche e sociali in una direzione più equa, redistributiva delle risorse e del potere decisionale, attenta alle persone e al pianeta, e in definitiva più giusta, è diventato un’ingenuità o addirittura uno scandalo, anziché un’ovvietà?

E ancora, quando il pensiero progressista è diventato subalterno alle logiche e alle retoriche della destra? Quando abbiamo iniziato a risignificare le nostre parole adottandone il senso deteriore – la sicurezza trasformata in securitarismo, il merito trasformato in privilegio -, e abbiamo abdicato al compito storico dei grandi partiti popolari (e non populisti) dalla cui unione è nato il Partito Democratico?

Ecco, penso che il compito che si è assunta Elly Schlein sia proprio questo: rifiutare di considerare questa subalternità come dato di fatto immodificabile, e restituire al progressismo il suo vero significato trasformativo dell’esistente, la sua concretezza insieme alla sua idealità, e persino parole che oggi si pronunciano con imbarazzo, come sogno e speranza.

“Pensare di non poter cambiare le cose non è realismo, è rassegnazione. E noi non siamo gente che si rassegna”, ha detto alle 10.000 persone radunate a Reggio Emilia. E anch’io penso, come lei e come tante e tanti, che questo non sia il tempo in cui possiamo permetterci di rassegnarci, ma è quello in cui dobbiamo ricominciare a pensare in modo radicale al cambiamento possibile.

Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

Torna su