di Francesco Raniolo
Professore ordinario Università della Calabria
L’estate appena trascorsa ci ha lasciato parecchio materiale su cui riflettere. E forse anche qualche “seme”, del tipo che i politologi chiamano “semi della distruzione”: condizioni e fattori che generano tensioni e contraddizioni capaci, nel lungo periodo – ma forse potremmo azzardare nel medio – di travolgere istituzioni e regimi politici democratici. A dire il vero, potremmo essere già alla prima raccolta di frutti avvelenati.
Mettiamo in fila alcuni eventi degli ultimi mesi: il dibattito suscitato dall’articolo sul “Corriere” di Conte, le dichiarazioni di Bonaccini, con le relative reazioni, sull’elettorato in fuga dalla sinistra, il programma di Vannacci (compreso il podio d’onore offertogli dal Forum Ambrosetti) e, per finire, il successo imprevisto nelle dimensioni della AfD alle elezioni del Land Sassonia-Anhalt. Fermiamoci qua.
Cosa lega questi fatti nel loro accostamento che potrà apparire bizzarro? Il vuoto di rappresentanza che portano con loro, e che riflette un più profondo vuoto di senso. Di legittimazione delle nostre democrazie rappresentative. Appunto, rappresentative. Le difficoltà di cittadini e cittadine, di gruppi sociali, di comunità e territori di guardare al futuro. In un’età di incertezza radicale e di declino dei livelli di vita, ma forse ancor di più di paura che il peggio debba ancora arrivare, rende ampie fasce di opinione disponibili ad esplorare nuove possibilità, a rincorrere nuovi stili di vita, nuove identità. Del resto, siamo nell’era delle crisi multiple, stratificate, interdipendenti e accelerate nell’innesco e negli effetti. La chiamano “poli-crisi”. Ma queste sono solo le condizioni di scenario. La loro politicizzazione ha dato la stura alla cosiddetta “vendetta dei luoghi che non contano”, alla trasformazione delle disuguaglianze, a partire da quelle territoriali come in Sassonia, in voto di protesta. In volere esserci, rendersi visibili facendo saltare il tavolo apparecchiato dalle élite politiche o economiche tradizionali. Il virgolettato rimanda allo straordinario libro di Andrés Rodríguez-Pose, geografo della London School, pubblicato in italiano da Donzelli (2025), che raccoglie alcuni dei migliori saggi dello studioso spagnolo. Nel libro l’autore ci fa capire cosa bolle dietro il conflitto città-aree rurali o interne, quali sono le ragioni strutturali del successo dei populisti. Ci restituisce una “geografia del malcontento”, come afferma il curatore italiano Filippo Barbera, che spiega il successo selettivo (territorialmente) della Brexit, di Trump, del M5S e di altri movimenti e partiti del risentimento in giro per il mondo. Il trionfo della ingegneria della dis-rappresentatività.
Ma torniamo al nostro punto di partenza. Come ridurre le ansie collettive, come far filtrare le domande urgenti dal basso, chi tutela gli interessi e i valori morali dei cittadini? Questa una volta era la mission dei partiti di massa, delle sezioni, dei sindacati, delle associazioni di base, delle strutture cattoliche a partire dalle parrocchie, delle subculture. Cosa resta di tutte queste infrastrutture di alleggerimento delle ansie collettive e individuali (primo atto)? Personalizzazione della politica (l’immagine esondante dei leader), partiti più o meno digitali, social, internauti possono servire? E come tale potenziale di protesta può essere convertito in idee e azione politica che alimentino speranze per il futuro? O può bastare la mobilitazione della disperazione (secondo atto)? E poi, come mantenere un equilibrio tra domande dei cittadini e risposte delle istituzioni rappresentative? Quale connessione effettiva si può realizzare tra input rappresentativi e azioni governative (terzo atto)?
I tempi supplementari dedicati alle leggi elettorali, da questo punto di vista, sono spiazzanti. Non fosse altro che il problema non è riconnettere elettori ed eletti, cittadini e istituzioni, ma rafforzare il potere di posizione di leader, cerchi magici, segreteria e candidati. La politica come “mondo a parte”, le sue logiche incomprensibili. Non a caso c’è chi vede il populismo, ma potremmo aggiungere anche l’estrema destra, come una reazione comunque di rappresentatività – ricorderete le parole di Grillo “abbiamo salvato l’Italia dalla protesta radicale”, le stesse parole all’incirca che aveva usate Berlusconi nel ’94. Contro il malessere della democrazia dilagante c’è sempre un “ultimo dei moicani” da arruolare.
Oggi si ha l’impressione che i tre tempi della politica democratica siano saltati, complicati, non conducenti. Troppo complicato esplorarne qui le ragioni, anche selettivamente. Voglio, invece, richiamare, per divertissement intellettuale, una risposta risalente nel tempo. È l’analisi di Franz Neumann, un giurista e sociologo tedesco fuggito negli Stati Uniti durante il nazismo ed esponente di spicco della celebre Scuola Sociologica di Francoforte, quella di Adorno e Horkheimer. La tesi, influenzata dalle scoperte della psicanalisi di Freud, è semplice. In certe fasi di crisi sociale profonda, di incertezza radicale, di poli-crisi diremmo oggi, uomini e donne vengono travolti e soffocati da un’angoscia esistenziale profonda (Neumann riprende, come dicevo, l’analisi di Freud e da qui anche la scelta linguistica di distinguere tra angoscia reale o paura e angoscia nevrotica). Come si risponde al sovraccarico di angoscia (reale o percepita)? Legandosi a qualcuno, stringendo relazioni. Alcune sono orizzontali, hanno per oggetto altri come noi, sono “identificazioni cooperative” con una istituzione: partito, esercito, chiesa, movimento ecc. Più rara e meno duratura, Neumann chiama erroneamente questa forma “non-affettiva”, sottovalutando le componenti emotive dello stare assieme. L’altro tipo è quello che chiama “identificazione cesaristica” con un leader, che è la forma più diffusa e che chiama “affettiva” o libidica (qui il riferimento a Freud è evidente). Più esattamente, «l’identificazione delle masse con il leader assume una importanza determinante, particolarmente in una situazione di angoscia», prodotta da profonde trasformazioni o crisi sociali. Ma l’aspetto più interessante dell’analisi di Neumann è che tale identificazione (cesaristica) non solo viene attivata dal leader al fine di realizzare una mobilitazione immediata dei cittadini, ma è efficace solo se viene istituzionalizzata attraverso appositi strumenti quali la propaganda. L’autore sviluppa il ruolo delle teorie cospirative, e soprattutto paura e senso di insicurezza – in verità, parla di terrore con riferimento al totalitarismo nazista. Infine, potremmo anche pensare a strategie di capro espiatorio, alla polarizzazione, alla manipolazione delle informazioni per trovare riferimenti all’attualità anche democratica.
Lo scritto di Neumann “L’angoscia e la politica” esce nella sua prima edizione nel 1954 come lectio in occasione di una laurea honoris causa in Filosofia conferitagli dall’Università di Berlino, ottenendo il tripudio di colleghi e studenti (purtroppo sarebbe morto poche settimane dopo, in un incidente automobilistico in Svizzera, per ironia del caso aveva 54 anni). Il saggio oggi è stato ristampato in un elegante volumetto per le edizioni Scholè (2016) di Milano. In precedenza era stato pubblicato dal Mulino nell’antologia che raccoglie suoi scritti, Lo Stato democratico e lo Stato autoritario, nel 1973.
Esattamente dieci anni dopo l’edizione tedesca di “L’angoscia e la politica”, e sette anni dopo quella americana, negli Stati Uniti il politologo Richard Hofstadter pubblicava un libro che avrebbe avuto molto successo e che è stato ripreso oggi in piena era di Trump e di IA: The paranoid style in American Politics (tradotto in italiano da Adelphi nel 2021). In esso, partendo dal maccartismo, Hofstadter indagava una costante della politica americana a prescindere da chi fosse al governo, caratterizzata dalla mobilitazione di ampi segmenti di elettori e dell’opinione pubblica sulla base di teorie cospirative dirette a individuare nemici assoluti e a trasformare le elezioni in guerre totali del bene contro il male. Leader forti, post-verità, mobilitazione emotiva del risentimento, sono ingredienti della politica del XXI secolo, così come lo furono negli anni Venti e Trenta del XX secolo. Non a caso, guardando alla Germania ma anche all’Italia, si è parlato di “rivincita del ’45”.
Forse, c’è un passato del presente. Ma il futuro non è chiuso, dipende dalle capacità di autodifesa delle democrazie. Alcune sono strumenti istituzionali, la costituzione, pesi e contrappesi, istituzioni di garanzia. Ma altre sono culturali, le democrazie funzionano se hanno élite responsabili (“i democratici non democratici” sono un grosso problema), ma credo soprattutto alla responsabilità dei cittadini e delle cittadine, in democrazia la palla prima o poi torna a noi.
Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

