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La doppia cancellazione di Ancione e Bitume. Dialogo con Vincenzo Cascone

di Luciana Licitra

Lo scorso aprile, a fari spenti e nel silenzio dell’amministrazione cittadina, è iniziato lo smantellamento dell’ex fabbrica Ancione in Contrada Tabuna, luogo simbolo della storia produttiva di Ragusa sotto il duplice aspetto dell’iniziativa imprenditoriale e del lavoro dei picialuori, i minatori addetti all’estrazione della pece.

Dismesso nel 2013, pochi anni dopo il sito, ancora appartenente alla famiglia Ancione, era stato oggetto del progetto Bitume, ideato e curato da Vincenzo Cascone, che ha coinvolto oltre venticinque artisti internazionali tra gli esponenti più significativi del muralismo contemporaneo.

Cascone è stato il primo a denunciare pubblicamente l’inizio dei lavori di abbattimento da parte della nuova proprietà dell’area, parlando di cancellazione di un pezzo importante della nostra civiltà industriale e di perdita della memoria collettiva. Lo abbiamo intervistato sull’impatto sociale di questa demolizione, le responsabilità politiche e i possibili strumenti di tutela e recupero dell’archeologia industriale.

Vincenzo Cascone

La demolizione dell’ex fabbrica Ancione non segna solo la fine di un’esperienza artistica, segna soprattutto una perdita di memoria della città. Al di là delle opere di Bitume, quale valore aveva l’ex Ancione per Ragusa?

Il valore per la città è incommensurabile, nel senso che quel luogo ha rappresentato uno strumento di emancipazione sociale e individuale epocale. Prima ancora degli Ancione, da quel luogo, dalla seconda metà dell’800, partivano i carretti carichi di roccia asfaltica diretti verso Mazzarelli – allora soltanto un villaggio sul mare – utilizzato dalle compagnie inglesi come punto d’imbarco. Da quel porto, la materia bituminosa raggiungeva le capitali europee e gli Stati Uniti. Si tratta di una vera rivoluzione industriale, che ha introdotto per la prima volta la possibilità di uno stipendio stabile per molti ragusani. Un passaggio decisivo non solo per la storia locale, ma per lo sviluppo urbano di molte città nel mondo. Oggi quel luogo rappresenta un presidio identitario per la comunità e un riferimento culturale per chi vuole comprendere davvero Ragusa.

L’amministrazione comunale ha sostenuto che, trattandosi di un’area privata, l’intervento pubblico fosse limitato. Quali strumenti avrebbero potuto essere utilizzati per tutelare luoghi di così alto valore storico e culturale? Guardando ad altre realtà italiane o europee, esistono esempi virtuosi di recupero di archeologia industriale che potrebbero essere un riferimento? Perché a Ragusa non è accaduto?

L’amministrazione Cassì dice che non poteva fare niente. In realtà ha fatto eccome. Ha autorizzato la demolizione, cancellando un progetto collettivo di ricerca con un pressapochismo disarmante. In realtà il sindaco poteva e doveva salvaguardare l’area con gli strumenti che il Codice dei Beni Culturali gli offre, collaborando con la Soprintendenza e traducendo in vincoli il legittimo investimento dei privati. Una posizione in controtendenza con tutte le direttive internazionali legate alla salvaguardia e al riuso dell’archeologia industriale. A parte il celebre museo della Ruhr in Germania, l’Ironbridge in Inghilterra, per fare alcuni esempi italiani, basti menzionare l’Hangar Bicocca della Pirelli a Milano, la Mirafiori a Torino, le officine Ducrot a Palermo riconvertite ora in cantieri della Zisa, o le Ciminiere a Catania. L’elenco è lunghissimo, ma a questo punto nella lista di sicuro non ci saranno lo stabilimento e le miniere di Contrada Tabuna, nonostante il grande valore aggiunto dei diversi interventi artistici. È una scelta di cui gli amministratori devono assumersi la responsabilità, di fronte alla città e alle future generazioni. Penso che questo accade quando le ambizioni dei privati su luoghi comunitari non sono calmierate dall’interesse pubblico.

Bitume nasce come progetto site-specific, strettamente legato a quello spazio: quanto era centrale il contesto industriale nella lettura delle opere? È corretto parlare di un’esperienza artistica inseparabile dal luogo? Oppure le installazioni avrebbero potuto essere salvate dalla demolizione e trasferite altrove?

Non ha molto senso decontestualizzare opere che sono nate per uno spazio specifico. In realtà il vero patrimonio non erano le opere, ma il luogo che le rendeva possibili. la memoria collettiva stratificata in quello spazio che ha visto avvicendarsi tantissimi lavoratori ragusani e non. Le opere indicavano la potenza del luogo, lo riattivavano rinnovandone il valore nel presente. Sono state pensate come dei reagenti: in contatto alchemico con la materia, l’espressione dell’artista innesca un dialogo che si cristallizza in opera e quindi può essere trasmesso, raccontato. Da qui l’idea di sviluppare un percorso esplorativo della fabbrica che toccasse le opere come pezzi di un mosaico. Per rispondere alla domanda: no, non avrebbe avuto senso trasferirle altrove.

La demolizione della ex fabbrica Ancione ha acceso un dibattito inedito in città. Sono intervenuti intellettuali e artisti, esponenti politici e semplici cittadini per testimoniare il valore sociale e simbolico del sito e delle opere d’arte, e denunciare la gravità della perdita. Tu hai parlato per primo di “lutto cittadino”, interpretando correttamente il sentimento di una larga parte della cittadinanza e non solo, dato l’impatto culturale di Bitume oltre i confini locali. Come si può sviluppare questa discussione su un piano più strutturale e meno contingente?

Intanto, con la trasparenza di chi amministra. Il sentimento diffuso di rabbia che ho provato, insieme ai tantissimi che mi hanno scritto sottolineando l’assurdità della perdita, penso sia legato all’unilateralità dell’azione. Il sindaco e il suo vice avrebbero dovuto dialogare con la cittadinanza. Annunciare poco prima di rilasciare l’autorizzazione (giugno 2025) quali erano le intenzioni e quali gli effetti. Ecco quello che dà più fastidio: è l’agire sotterraneo e la velocità dei lavori di demolizione, come se avessero pensato che nessuno se ne sarebbe accorto. Il fatto poi che molti hanno voluto testimoniare il proprio dissenso a questa disastrosa scelta, dimostra il valore collettivo che aveva l’area in questione, quanto quel luogo fosse percepito come bene comune. Più che un episodio isolato, questa vicenda apre una riflessione strutturale sul rapporto tra identità, gestione del territorio e responsabilità politica.

Qual è, oggi, la sfida principale per chi si occupa di arte urbana nei territori di periferia?

La sfida è sempre la stessa: realizzare un’opera di arte pubblica significa estrarre la verità di un luogo e restituirla alla comunità come strumento di riflessione. Le opere di arte urbana, a meno che non siano l’insopportabile “decoro urbano” o peggio ancora usate sotto l’etichetta dell’abusatissima “riqualificazione”, sono sempre come dei “traumi gentili”: rompono la continuità del visibile innescando sempre un confronto, un dibattito. Detto questo, occuparsi della periferia, trasformare le nostre città in aree policentriche, dare servizi uguali a tutti i cittadini penso sia l’obbligo morale di ogni amministratore libero. L’arte non può che segnalare le emergenze, alla politica il compito di affrontarle. Credo fortemente che in questi anni il lavoro di denuncia portato avanti dalla scena dei graffiti prima e del muralismo poi, abbia svolto un grandissimo ruolo di sentinella sociale e urbana, veicolando, anche grazie ai social media, valori e dissensi di grande spessore civico. Che poi il potere politico cerchi in tutti i modi di adottare questo linguaggio per fini propagandistici, ecco questa ingerenza deve essere fermata, perché a perdersi è l’indipendenza degli artisti e quindi il senso critico che questi possono donare alle comunità.

Comunità Progressista n. 6 – Maggio 2026

 

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