IL SILENZIO INTERNAZIONALE SULLA STRISCIA
MISURA LA CRISI MORALE E POLITICA DELL’OCCIDENTE
di Arturo Scotto
Deputato PD
Dopo sei mesi dalla tregua dichiarata da Trump in pompa magna, Gaza è ancora sola. Il 53 per cento della Striscia è ancora occupata dall’Idf, sono oltre 800 i morti civili colpiti da Israele, il 90 per cento delle infrastrutture civili sono distrutte, la rimozione delle macerie ritarda, permane il divieto di ingresso dei giornalisti occidentali per verificare l’entità del disastro. Naturalmente l’Unrwa (agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) è espulsa da Gaza, così come le principali Ong. Insomma, non devono esserci testimoni, gli occhi su Gaza devono scomparire, la popolazione palestinese continua a vivere un genocidio a bassa intensità. Chiusa, sigillata, occupata.
Il board of peace presentato da Donald Trump con la partecipazione di nessun Paese del G7 a eccezione della tragicomica presenza come osservatore di Tajani concepisce la ricostruzione della Striscia come nient’altro che un gigantesco affare immobiliare. Trasformare la Striscia in una nuova Dubai, un luogo dove possano allegramente svernare vecchi miliardari, perché è facile trasformare il sangue in dollari e i detriti delle case devastate in grattacieli a prezzi occidentali. Ai palestinesi restano le briciole: non sono capaci di autogovernarsi, al massimo possono accontentarsi dei lavoretti da cameriere o da ascensorista che ne scaturiranno. Eppure, persino la creatura di Trump fa fatica a decollare. I donatori sono in ritardo con i pagamenti, avevano promesso 17 miliardi immediati (la ricostruzione complessiva secondo i calcoli delle Nazioni Unite ammonterebbe a circa 70 miliardi) e invece ne hanno racimolato appena uno. Tecnicamente un fallimento. Nel frattempo, il Presidente USA ha aperto il fronte iraniano e libanese e Gaza è scivolata di nuovo nel dimenticatoio. Fuori dalle prime pagine dei giornali. Lontano dagli occhi e dunque lontano dal cuore. Così si dimentica più in fretta e si sterilizza la rabbia dell’opinione pubblica.
È in questo quadro che si inseriscono di nuovo gli “imprevisti” della Global Sumud Flotilla. La seconda grande missione dopo quella di settembre, finita con gli abbordaggi e gli arresti, riapre lo scandalo Gaza, lo rimette al centro della scena, denuncia la permanenza dell’occupazione, rivela l’assenza di aiuti umanitari. Per questo vanno fermati subito, non si deve consentire che si alimenti un’onda che rimetta nuovamente a nudo l’entità della tragedia palestinese. Non è un caso che vengano bloccati in acque internazionali con un’operazione fuori da ogni regola del diritto della navigazione, a poche miglia dalle acque greche e con il rapimento in piena regola di 175 attivisti, di cui due, Thiago e Saif, trasferiti e detenuti in Israele per dieci giorni. Gli attivisti sono stati trattenuti in condizioni disumane, aggrediti e malmenati, torturati e senza cibo. Tutto questo con una reazione timida dell’Europa, la complicità delle autorità greche e nessun intervento che determinasse l’apertura di un solco con l’azione israeliana.
Nei giorni successivi abbiamo visto altri atti di pirateria: contro delle imbarcazioni civili, alcune battenti bandiera italiana, sono stati sparati proiettili di gomma, gli equipaggi tutti sequestrati e siamo stati costretti ad assistere al video diffuso dal partito di Itamar Ben-Gvir, in cui centinaia di attivisti appaiono con la testa bassa, inginocchiati, ammanettati, mentre il ministro dell’Interno israeliano li insulta e incita le sue milizie. Mi domando: qual è il limite? Quando qualcuno, dai banchi del Governo italiano, dirà basta?
Nessuno che abbia detto a Netanyahu che il Mar Mediterraneo non è cosa sua. Non glielo dissero nemmeno quando ci attaccarono con i droni a 650 miglia da Gaza, danneggiando 11 barche e con rischi per l’incolumità degli attivisti.
La permanenza dell’accordo di cooperazione tra UE e Israele è una ferita aperta per la credibilità delle istituzioni comunitarie, che si vantano di un modello di libertà superiore ma non riescono a dimostrarlo in nessun contesto. Soprattutto in Terrasanta, dove i diritti umani sono violati per i palestinesi quanto per i cristiani, come dimostrano episodi sempre più inquietanti di violenza diffusa da parte dei coloni. L’assenza di una iniziativa europea è la prima enorme urgenza. I nostri interessi dovrebbero oggettivamente essere orientati alla stabilizzazione di quell’area, alla fine dell’occupazione illegale dei Territori, al ripristino dei diritti umani più elementari dei palestinesi, alla prospettiva di una pace duratura e non alla corsa alla militarizzazione dell’area. Il gruppo dirigente dell’UE, a partire dalla Presidente della Commissione, sembra in questo momento invece più orientato a riarmare il continente e in particolare la Germania che a rilanciare per il continente una funzione di attore diplomatico globale, capace di prevenire i conflitti anziché precipitarvi ciclicamente e pagarne le conseguenze umanitarie, economiche e sociali.
Sembrerà fuori moda affermarlo, ma la pace resta una politica, l’unica che può evitare la radicalizzazione incombente in un pianeta dove è saltato ogni principio d’ordine e dove sono sistematicamente minate le istituzioni del multilateralismo in nome della legge del più prepotente.
Comunità Progressista n. 6 – Maggio 2026

