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La lezione di Comiso in un mondo che torna alla paura

LA CRISI CUBANA RIPORTA AL CENTRO I VALORI DELLA PACE E DELLA COOPERAZIONE

di Nello Dipasquale
Deputato PD ARS

Ci sono luoghi e figure che continuano a parlare al presente anche a distanza di decenni. Pio La Torre è una di queste. La sua battaglia contro la mafia fu inseparabile dal suo impegno per la pace e contro l’installazione dei missili Cruise a Comiso. Aveva compreso prima di molti altri che la sicurezza non si costruisce alimentando la logica militare e delle contrapposizioni, ma investendo nella cooperazione tra i popoli, nella giustizia sociale e nella democrazia. Per questo la sua eredità politica e morale continua ancora oggi a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile.
Ed è proprio dentro quella stagione politica e civile che Comiso assunse un ruolo centrale, diventando negli anni Ottanta il simbolo internazionale di una straordinaria mobilitazione pacifista. La città oppose alla logica dei blocchi militari, della deterrenza nucleare e della paura la forza della partecipazione popolare e del dialogo. Migliaia di persone arrivarono nella nostra terra per dire che il Mediterraneo non poteva trasformarsi in una piattaforma militare permanente e che il futuro dell’Europa e del mondo non poteva essere affidato all’equilibrio del terrore.
Per questo il riconoscimento di Comiso come “Città della Pace”, approvato all’unanimità dall’Assemblea Regionale Siciliana, non può essere considerato soltanto un atto simbolico o celebrativo. È una scelta politica che affida alla nostra terra una responsabilità: trasformare quella memoria in un impegno contemporaneo.
La legge nasce da un disegno di legge che ho presentato all’Assemblea Regionale Siciliana con l’obiettivo di dare finalmente un riconoscimento istituzionale a ciò che Comiso ha rappresentato nella storia del pacifismo internazionale. Quel voto unanime ha avuto un valore importante perché ha superato appartenenze e schieramenti, riconoscendo che esistono temi sui quali la politica deve saper costruire convergenze larghe e autentiche. In una fase storica segnata da divisioni sempre più profonde, è un segnale che non va sottovalutato.
La legge prevede l’istituzione del Comitato “Comiso Città della Pace” e della Settimana internazionale della Pace, strumenti pensati non per custodire passivamente una memoria, ma per renderla viva, attuale, capace di parlare alle nuove generazioni. La pace non può essere soltanto una parola evocata nelle commemorazioni: deve diventare educazione, confronto, elaborazione culturale, capacità di costruire relazioni internazionali fondate sul rispetto reciproco.
Ed è proprio guardando al presente che questa legge assume oggi un significato ancora più forte. Viviamo infatti un tempo attraversato da guerre, tensioni internazionali, riarmo e nuove divisioni geopolitiche. Il rischio più grande è quello di abituarsi ai conflitti, di considerarli inevitabili, quasi normali. Ma accanto alle guerre combattute con le armi esistono anche forme di pressione economica e politica che producono sofferenze enormi sulle popolazioni civili.
Tra queste c’è certamente la situazione di Cuba.
Negli ultimi mesi il popolo cubano sta vivendo una crisi drammatica, aggravata dal nuovo inasprimento dell’embargo statunitense voluto dall’amministrazione del Presidente Donald Trump, la stessa amministrazione che continua ad alimentare tensioni internazionali e a sostenere politiche che stanno contribuendo a disseminare paura, instabilità e morte in Medio Oriente. Le recenti misure adottate dagli Stati Uniti hanno colpito ulteriormente energia, approvvigionamenti, rapporti finanziari e commercio internazionale, producendo conseguenze pesantissime sulla vita quotidiana dei cittadini cubani. I blackout continui, la difficoltà nel reperire medicinali e beni essenziali, la paralisi dei trasporti, le carenze alimentari e la crisi sanitaria stanno mettendo in ginocchio soprattutto le fasce più fragili della popolazione.
A tutto questo si aggiunge un elemento nuovo e preoccupante: le sanzioni non colpiscono più soltanto i rapporti diretti tra Stati Uniti e Cuba, ma anche società e Paesi terzi che intrattengono relazioni economiche con l’isola. È un irrigidimento che rischia di isolare ulteriormente il popolo cubano e di aggravare una situazione umanitaria già estremamente delicata.
Si può avere qualunque opinione politica sul governo cubano, ma esiste un principio che dovrebbe unire tutti: nessun popolo deve essere lasciato solo. Nessuna comunità può essere trasformata in terreno di scontro permanente tra interessi internazionali, pagando sulla propria pelle il prezzo delle tensioni geopolitiche.
La pace, infatti, non riguarda soltanto l’assenza delle bombe. Pace significa diritto alla dignità, accesso al cibo, alle cure, all’energia, all’istruzione. Significa cooperazione internazionale, dialogo, solidarietà tra i popoli. Significa rifiutare la logica secondo cui la sofferenza collettiva possa diventare uno strumento di pressione politica.
Per questo credo che Comiso possa tornare ad avere un ruolo importante.
Non solo come luogo della memoria, ma come spazio capace di promuovere una nuova cultura della pace nel Mediterraneo e in Europa. Una cultura che sappia parlare ai giovani, alle scuole, alle università, alle istituzioni, e che rimetta al centro il valore della diplomazia, della cooperazione internazionale e del dialogo tra i popoli.
Comiso può e deve tornare a essere un luogo capace di parlare al mondo. Non con la retorica, ma con la forza della sua storia. Perché oggi più che mai abbiamo bisogno di città che scelgano di stare dalla parte della pace, del dialogo e della solidarietà internazionale.
E forse il messaggio più importante che può partire dalla nostra terra è proprio questo: la pace non è neutralità davanti alle sofferenze dei popoli, ma responsabilità concreta nel costruire giustizia, cooperazione e umanità.

Comunità Progressista n. 6 – Maggio 2026

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