di Nello Dipasquale
Deputato PD ARS
Quando ho sollevato il caso dei 75 incarichi Co.Co.Co. conferiti dal Centro per la Formazione Permanente e l’Aggiornamento del Personale del Servizio Sanitario in appena dieci giorni, dal 3 al 13 febbraio, sapevo che non stavamo parlando soltanto di una vicenda amministrativa. E nemmeno soltanto di 75 nomi.
La questione era molto più grande e riguardava il rapporto tra politica, istituzioni e gestione della cosa pubblica in Sicilia.
Tra i beneficiari di quegli incarichi emergevano infatti parentele, rapporti di collaborazione e legami con esponenti politici, prevalentemente riconducibili al centrodestra. Per questo ho presentato un’interrogazione al presidente Schifani e all’assessore alla Salute Caruso. E per questo, pochi giorni dopo, ho deciso di consegnare tutta la documentazione alla Procura della Repubblica di Caltanissetta.
Non spettava e non spetta a me stabilire se siano stati commessi reati. Questo è compito della magistratura. Alla politica, però, compete un’altra responsabilità, non meno importante: stabilire ciò che è politicamente ed eticamente accettabile.
È qui che entra in gioco una parola che negli ultimi anni abbiamo utilizzato sempre meno: la questione morale.
Se decine di incarichi vengono assegnati da un ente pubblico in un arco temporale estremamente ristretto e tra i beneficiari troviamo parenti, amici e collaboratori di chi esercita il potere politico, non possiamo limitarci a domandare se ogni singolo atto sia formalmente legittimo. Dobbiamo chiederci quale concezione delle istituzioni ci sia dietro quel modo di amministrare.
Gli enti pubblici appartengono ai cittadini. Non appartengono ai governi che temporaneamente li amministrano e meno che mai ai partiti che esprimono quei governi.
Eppure in Sicilia continua a riaffiorare una concezione opposta: quella degli enti e delle strutture di sottogoverno come luoghi da occupare, nei quali distribuire nomine e incarichi, sistemare persone vicine, costruire relazioni e, attraverso queste relazioni, consenso elettorale.
Il caso CEFPAS ha acceso un riflettore su questo sistema.
All’ARS ho detto che non possiamo accettare una pubblica amministrazione utilizzata per costruire consenso e vincere le elezioni. Lo penso ancora di più oggi, perché il clientelismo moderno non ha bisogno della tipica raccomandazione scritta su un bigliettino. Può assumere forme più sofisticate, perfettamente inserite nei meccanismi amministrativi: consulenze, collaborazioni, incarichi, nomine negli enti, società partecipate e strutture controllate dalla Regione. Il risultato, però, non cambia.
Se passa l’idea che per ottenere un’opportunità nel pubblico sia più importante conoscere qualcuno che avere competenze, titoli e capacità, stiamo distruggendo il principio di uguaglianza e allo stesso tempo si alimenta la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni.
E tutto questo è intollerabile anche per un altro motivo: viviamo in una terra dalla quale migliaia di giovani continuano ad andare via. Ragazze e ragazzi che studiano, si laureano, conseguono master e specializzazioni e spesso devono lasciare la Sicilia per trovare un lavoro all’altezza delle proprie competenze.
A loro non possiamo chiedere di credere nel merito e poi restituire l’immagine di una Regione nella quale le porte sembrano aprirsi più facilmente per chi possiede il legame politico giusto.
Questa non è soltanto cattiva amministrazione. È una gigantesca ingiustizia sociale.
Dopo la mia denuncia sul CEFPAS sono arrivate una commissione ispettiva della Regione, l’attenzione della Commissione regionale antimafia e il dibattito all’ARS che ha portato anche al blocco delle assunzioni in numerosi enti regionali. Ho successivamente presentato un altro esposto, questa volta alla Procura regionale della Corte dei Conti, sulla crescita dei costi del personale e delle collaborazioni.
Nel frattempo l’inchiesta della Procura di Caltanissetta ha portato alla luce vicende che riguardano anche periodi precedenti rispetto ai casi che avevo segnalato. Come detto, la magistratura farà il proprio lavoro, ma sarebbe un grave errore per la politica aspettare le sentenze.
La questione morale comincia molto prima del codice penale.
Comincia quando si confonde ciò che è pubblico con ciò che è nella disponibilità di chi governa. Quando una nomina diventa una ricompensa. Quando un incarico diventa uno strumento per consolidare una relazione politica. Quando un ente viene considerato una casella da occupare negli equilibri di sottogoverno anziché uno strumento con il quale offrire servizi ai cittadini.
Ed è per questo che considero il CEFPAS non un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
Dobbiamo guardare anche alle aziende sanitarie, agli enti regionali, alle partecipate, alle nomine e alle modalità con cui vengono affidati incarichi e collaborazioni. Non per alimentare una caccia alle streghe e neppure per mettere sotto accusa qualcuno soltanto per una parentela. Ma per ristabilire un principio elementare: la politica non può utilizzare la pubblica amministrazione per riprodurre se stessa e costruire consenso.
Per chi appartiene a una cultura progressista questa dovrebbe essere una battaglia identitaria.
Perché difendere il merito significa innanzitutto garantire uguaglianza nelle condizioni di partenza. Significa fare in modo che il figlio di una famiglia che non conosce politici abbia esattamente le stesse possibilità del figlio, del parente o del collaboratore di chi esercita il potere.
La questione morale non è moralismo. È una questione profondamente democratica.
E se vogliamo ricostruire la fiducia dei siciliani nella politica dobbiamo cominciare proprio da qui: restituendo le istituzioni ai cittadini e facendo capire, con i fatti, che un posto pubblico, un incarico o un’opportunità non sono favori che la politica concede.
Sono diritti e possibilità che devono essere accessibili a tutti secondo regole trasparenti.
La Sicilia ha bisogno di una politica che apra porte e opportunità, non ingressi riservati.
Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

