di Vito Piruzza
A metà settembre Massimo Giannini è stato ospite a Ragusa della Scuola dei Beni Comuni per presentare il suo ultimo libro La Sciamana. Abbiamo colto l’occasione per intervistarlo sul problema del rapporto tra informazione e democrazia.
L’altra sera, durante la presentazione del libro, uno degli argomenti che è stato solo sfiorato è quello relativo al rapporto tra informazione e democrazia. L’Italia quest’anno è al 56° posto nella classifica del World Press Freedom Index, un posizionamento per niente lusinghiero che riguarda la qualità dell’informazione e non solo. Cosa ne pensi?
Riguarda noi come Paese, ma in generale tutte le nazioni che nascono democratiche e man mano virano verso quelle che io chiamo autocrazie elettive. Qualunque capo di governo che conquista il potere cerca per prima cosa di controllare l’informazione, mettendo le mani sulle televisioni pubbliche e condizionando, per quanto possibile, i giornali.
Questo è successo da noi soprattutto dall’avvento di Berlusconi, portatore di un enorme conflitto di interessi. Tuttavia, anche dopo la sua uscita di scena la situazione non è migliorata. La riforma Renzi sul sistema radiotelevisivo ha trasformato la vecchia lottizzazione della RAI in una vera e propria occupazione, facendo cadere la suddivisione delle tre reti, che ormai appartengono tutte al governo in carica.
A questa degenerazione dell’informazione radiotelevisiva pubblica si aggiunge un’anomalia nell’informazione privata: il conflitto di interessi del senatore Angelucci, che oltre a essere parlamentare è proprietario di tre giornali che fanno di fatto da supporto al governo in carica. Il quadro complessivo ci restituisce un’informazione controllata o condizionata dalla maggioranza politica pro tempore, con margini sempre più stretti per un’informazione libera e indipendente.
Questo fenomeno è legato anche alla scomparsa dell’editore puro? I principali mezzi d’informazione appartengono a gruppi industriali con conflitti di interesse insiti nella loro attività principale.
È il vizio d’origine dell’informazione italiana, poiché il problema non è di oggi, è da decenni che sostanzialmente non esiste un editore puro. Parliamo di grandi conglomerati economico-finanziari che negli anni hanno posseduto i più grandi quotidiani come “Corriere della Sera”, “La Stampa”, a un certo punto anche “la Repubblica” che nasce per iniziativa di un editore indipendente, Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, e poi è stato acquistato da Carlo De Benedetti; purtroppo questo fenomeno non è stato sanato con la sostituzione dei gruppi industriali con editori puri, anzi si è aggravato perché nel tempo sono usciti di scena questi grandi industriali del passato, alcuni dei quali illuminati come l’avvocato Agnelli per dirne uno, e sono stati sostituiti da imprenditori di livello inferiore che usano l’editoria come attività secondaria. Quindi la figura dell’editore puro in Italia non è mai esistita e tuttora non esiste, con l’unica eccezione rilevante che è Urbano Cairo, ma la sua presenza è davvero troppo poco per poter dire che in Italia esista un’informazione libera e democratica.
E questo quanto riesce a influenzare la corretta informazione?
Tantissimo: di fatto la nega, poiché buona parte degli editori industriali usano i giornali come strumento per esercitare pressioni o addirittura ricatti funzionali alla loro attività principale che non è data da giornali o televisioni. A ciò si aggiunge il problema drammatico delle querele temerarie, che vengono usate come leva formidabile di condizionamento dell’attività giornalistica. Qualunque giornalista che prova a fare giornalismo di inchiesta incappa in denunce e querele che oramai hanno virato dalla classica diffamazione (che postula processi penali che durano nel tempo e non si sa mai come finiscono) a richieste di risarcimento danni in capo agli editori, e questo rappresenta per gli editori una minaccia enorme e quindi è l’editore stesso che frena l’attività dei giornalisti perché possono incappare in querele che espongono economicamente l’editore stesso.
La stampa dovrebbe essere il cane da guardia della democrazia, però così è tenuta al guinzaglio.
La stampa dovrebbe essere il cane da guardia dei poteri, e ne è divenuta purtroppo il cane da salotto.
Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

