IL RESPIRO FRAGILE DELLA DEMOCRAZIA TRA ISTITUZIONI, DIRITTI E PARTECIPAZIONE
di Vito Piruzza
Per la quasi totalità dei nostri concittadini la democrazia costituisce uno status tanto “naturale” da non apprezzarne l’importanza vitale per la nostra vita sociale, esattamente come accade per l’ossigeno, di cui non si apprezza il valore fino a quando non ne veniamo privati.
Ed esattamente come accade per l’ossigeno quando si sale a quote di migliaia di metri e la rarefazione dell’aria rende il respiro più affannoso, così la rarefazione delle garanzie democratiche mina il benessere sociale; per questo è importante cogliere i sintomi di una eventuale crisi della democrazia per potere tempestivamente cercare di porre gli opportuni correttivi.
I valori costituzionali
Credo sia opportuno compiere una analisi dettagliata degli elementi critici rilevabili nella nostra convivenza sociale a cominciare dai valori che riempiono di contenuto il termine “democrazia”, che in sé è un termine generico, i cui elementi di definizione si trovano nella nostra Costituzione, che ne definisce i contorni dandogli una fisionomia completa e coerente.
Comincerei con alcuni principi della Costituzione la cui attuazione è stata dimenticata o che addirittura vivono un arretramento visibile rispetto ad altri momenti storici.
Parliamo di principi non secondari, come il principio di uguaglianza previsto dall’art. 3, che non si limita all’uguaglianza formale (tipica dei sistemi liberali), ma con il comma 2 proclama il principio di uguaglianza sostanziale: ebbene, il nostro Paese ha conosciuto nel dopoguerra una stagione di intensa riduzione delle disuguaglianze fino alla fine degli anni Ottanta, per poi invertire la rotta in un crescendo altalenante ma continuo, come attestato dall’indice di Gini, misura oggettiva ed economicamente riconosciuta a livello internazionale.
L’aumento delle disuguaglianze richiama subito un altro principio costituzionale (art. 53) in pieno regresso: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. E infatti il principale strumento di attenuazione delle disuguaglianze è proprio la redistribuzione della ricchezza che si ottiene tramite l’imposizione fiscale; la riduzione delle fasce di reddito e soprattutto l’istituzione della flat tax per imprese e liberi professionisti e la tassazione flat anche per i redditi da capitale o da immobili, oltre ad essere ingiuste per la disparità di trattamento con i redditi da lavoro dipendente, riducono al minimo il correttivo delle disuguaglianze economiche.
E che dire dell’art. 36 che prevede che il lavoratore goda di una retribuzione congrua rispetto all’attività prestata e “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”? Si possono considerare tali le tante retribuzioni che in Italia non raggiungono la soglia di mille euro? La perdita di potere di acquisto dei redditi poi contribuisce da anni a fare scivolare milioni di famiglie sotto la soglia di povertà pur in presenza di un posto di lavoro.
Per non parlare del principio della proprietà privata che l’art. 42 prevede sia limitata “allo scopo di assicurarne la funzione sociale”, elemento che sembra oramai dimenticato, come la nostra comunità ha sperimentato di recente con la perdita, in omaggio alla sacralità del diritto di proprietà, delle ultime due testimonianze di archeologia industriale all’interno della nostra città. Per percepire la portata e l’importanza che all’origine veniva attribuita a quel valore basti pensare che nel 1950, semplicemente prima che la nostra società si prostrasse senza limitazioni al libero mercato e non certo ad opera di forze rivoluzionarie, il Parlamento a maggioranza democristiana procedette all’espropriazione di importanti quote di feudi frazionandole e redistribuendole ai braccianti.
Non mi addentro a considerare i tanti diritti “nuovi” che la Corte Costituzionale ha dichiarato come necessitanti di tutela invitando il Parlamento, spesso sordo, a farsene carico; ho voluto solo evidenziare l’arretramento su alcuni valori costituzionali, certamente fondamentali, che negli ultimi decenni sono “impalliditi” nella considerazione della politica e che, secondo me, costituiscono un arretramento della nostra democrazia.
Le istituzioni
Passiamo adesso alla “salute” di cui godono le nostre istituzioni democratiche a cominciare da quelle di più grande valore democratico.
Il Parlamento come detentore del potere legislativo ha visto una lenta e inesorabile erosione della propria prerogativa “esclusiva” a vantaggio del Governo; la possibilità prevista per il Governo di emettere decreti con forza di legge o su delega del Parlamento o per far fronte a situazioni straordinarie si è ampliata a dismisura, attenuando via via sempre di più i requisiti di “necessità e urgenza” previsti dalla Costituzione.
Chiarisco subito che non è una deriva imputabile agli ultimi anni, ma frutto di un processo lento ma unidirezionale che però negli ultimi decenni ha subito un’accelerazione; e voglio pure evidenziare che, a mio avviso, il fenomeno non va solo imputato al protagonismo dei Governi che comunque spesso hanno un atteggiamento istituzionale eccessivamente assertivo proteggendo i decreti legge con l’apposizione del voto di fiducia, come usa fare l’attuale esecutivo, ma anche alla crescente incapacità del Parlamento di gestire questa sua prerogativa esclusiva. Se andiamo a vedere l’attività legislativa delle Camere negli anni Ottanta, e prendendo a riferimento la numerazione degli atti legislativi, a fine anno arrivavano a circa 800/900, mentre negli ultimi anni si fermano intorno a 200.
I poteri nell’organizzazione dello Stato costituiscono un punto di equilibrio sempre mobile: se un organo arretra, il vuoto che lascia viene subito colmato da un altro organo, raggiungendo un nuovo punto di equilibrio. Questo, ripeto, rientra in un lento processo già in atto da tempo, ma quanto accaduto nell’ultimo processo di revisione costituzionale con il doppio passaggio parlamentare della legge sull’ordinamento giudiziario nella totale assenza di emendamenti costituisce sicuramente un’inaccettabile espropriazione delle prerogative parlamentari; pur sapendo che è una terminologia impropria, potremmo dire che questo Governo ha inventato il “Decreto Costituzionale”!
A parte le battute, viene da chiedersi se non siamo già scivolati de facto in una forma di governo di “simil-premierato”, invece che tramite un processo formale con graduali forzature istituzionali.
Un altro elemento su cui riflettere riguardo alle istituzioni è il livello di indipendenza delle autorità di garanzia; queste, dovendo essere degli arbitri che garantiscono il corretto svolgimento di settori cruciali della vita sociale, devono essere autonome rispetto al potere esecutivo, altrimenti semplicemente non hanno senso. Recenti fatti di cronaca hanno messo in dubbio, per quanto riguarda l’Autorità Garante della Privacy, la capacità di autonomia dalle direttive governative.
Il cane da guardia
La qualità della democrazia, ovviamente, non è data solo dalle istituzioni, ma anche dal controllo effettuato dalla società tramite, in primis, la stampa, che non a caso viene comunemente definita “il cane da guardia della democrazia”. Ma nel nostro Paese come viene esercitato questo controllo? Da una parte la forte riduzione degli editori puri oramai l’informazione è in gran parte appannaggio di gruppi industriali, dall’altra l’ostentata presa di posizione partigiana di tante testate o reti televisive in favore di individuate forze politiche (vedi Mediaset), o anche la forte influenza esercitata dai Governi sulla tv pubblica, hanno reso la stampa nel suo complesso poco credibile dal punto di vista della imparzialità dell’informazione, e in alcuni casi addirittura il cane da guardia si è trasformato in cagnolino da salotto del potere.
Non è certo un caso se nelle graduatorie internazionali sulla libertà di stampa come Italia ci attestiamo nel poco lusinghiero 56° posto, mentre molti altri Paesi dell’Unione Europea occupano i primi posti; per evitare ogni illusione positiva poi è bene evidenziare che la nostra posizione è in continuo peggioramento se si pensa che solo due anni fa eravamo al 41° posto!
Per fortuna resistono sacche di professionalità e alcune testate che ancora fanno onore al loro ruolo, supportate, soprattutto per quanto riguarda la fascia giovanile, da testate on line gelose della loro autonomia e indipendenza.
Il popolo sovrano
Non c’è dubbio che i soggetti reali della democrazia siamo noi cittadini, ne siamo i veri “autori” oltre ad esserne i “fruitori”, almeno fino a quando reggono almeno gli elementi essenziali della democrazia.
Come dimostrato dalle recenti elezioni in Ungheria: finché c’è voto c’è speranza! Ma questa considerazione non deve rassicurarci del tutto, la metafora della rana messa in acqua fredda e bollita lentamente deve sempre farci stare in allerta.
Invece il paradosso sta proprio qui: la percezione delle criticità che abbiamo evidenziato, anche se solo per cenni, e che sono solo alcuni esempi dei tanti limiti della nostra democrazia, spesso lungi dallo stimolare ad essere attivi e propositivi nella partecipazione democratica creano forme di scoramento e di disillusione che inducono al disinteresse e a rifugiarsi in una dimensione personale rifuggendo dall’impegno politico, fino alla diserzione dal voto, che oramai vede protagonista la metà dei cittadini.
Questo si imputa alla perdita delle ideologie, all’appiattimento dei programmi politici, alla rassegnazione verso una politica che viene percepita come carrierismo piuttosto che come vocazione al bene comune, e tutte queste cose costituiscono pezzi di verità, ma non possono indurre al disinteresse verso la democrazia, l’unica garanzia a tutela del bene collettivo e supremo della libertà.
Non che la partecipazione al voto non abbia le sue “patologie” – il voto clientelare, l’imbonimento del populismo che millanta risposte semplicissime a problemi complicatissimi, salvo poi relegarle all’oblio una volta raggiunto il potere (“aboliamo le accise”, “blocco navale”, “via la Fornero” etc. etc.) ma proprio il “pensiero critico” dovrebbe servire a controbilanciare queste patologie invece di disperdersi nell’astensionismo.
E questi costituiscono da sempre il più grande pericolo per la democrazia: gli indifferenti! Gramsci li odiava, e già Platone li redarguiva: “La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi”.
Comunità Progressista n. 6 – Maggio 2026

