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Madison, non parliamo solo di un cinema. Ci sono carte da chiarire e una politica culturale da ripensare

di Claudio Castilletti

La chiusura del Cinema Madison non può essere considerata soltanto una controversia tra un’impresa e il Comune di Ragusa. Quando una città perde un cinema, in questo caso il suo unico multisala, perde un pezzo della propria infrastruttura culturale.

Carmelo Arezzo, in una recente riflessione su “La Sicilia”, ha ricordato una Ragusa nella quale esistevano il Trionfale, il Marino, il La Licata, l’Ideal, il Duemila. Oggi rimane il Lumière e rischia di venire meno una parte consistente dell’offerta cinematografica cittadina.

Proprio per questo la vicenda merita qualcosa di più della contrapposizione tra le ragioni della proprietà e quelle dell’amministrazione.

Il Comune non ha negato il permesso alla riapertura del Madison senza avere ragioni formali. Ad aprile i Vigili del Fuoco avevano riscontrato carenze sotto il profilo della sicurezza antincendio e la successiva ordinanza sindacale aveva sospeso l’attività fino al superamento delle criticità. La sicurezza degli spettatori viene prima di qualsiasi altra considerazione e su questo non possono esistere scorciatoie.

Il nodo riguarda ciò che è accaduto dopo.

La proprietà sostiene di avere realizzato gli interventi richiesti e afferma che, da quel momento, la riapertura sarebbe rimasta impigliata in un procedimento amministrativo che avrebbe potuto concludersi molto più rapidamente. Il Comune ha replicato che la richiesta di convocazione della Commissione di vigilanza sarebbe arrivata soltanto il 28 luglio e che la Commissione è stata convocata per il 3 agosto. Madison sostiene invece che quella Commissione non fosse necessaria perché le autorizzazioni erano ancora valide.

Nelle battute finali della vicenda la società ha aggiunto un elemento ulteriore: le sarebbe stato richiesto un documento che non avrebbe potuto produrre perché avrebbe dovuto essere rilasciato dallo stesso Comune e la relativa pratica sarebbe rimasta ferma per due anni negli uffici comunali.

È un’affermazione grave, che non può essere lasciata senza risposta ma neppure assunta come vera solo perché resa pubblicamente dalla società.

La vicenda, quindi, non riguarda più soltanto il rapporto tra il Madison e il Comune. I cittadini hanno diritto di sapere cosa sia successo e la stessa amministrazione ha interesse a chiarirlo, anche a tutela dei dirigenti, dei funzionari e dei dipendenti chiamati in causa.

Servono gli atti. A quale documento si riferisce la proprietà? Spettava davvero al Comune produrlo? Quando è stata avviata la pratica e perché, se quanto sostiene Madison è corretto, sarebbe rimasta ferma per due anni? Allo stesso modo andrebbero ricostruiti i passaggi successivi: le richieste dell’azienda, le risposte degli uffici, gli adempimenti compiuti e quelli mancanti, la convocazione della Commissione e i tempi del procedimento.

Se le accuse rivolte al Comune sono infondate, gli atti serviranno a dimostrarlo. Se invece qualcosa si è inceppato, bisognerà capire dove e perché.

C’è poi una questione economica. Un investimento come quello realizzato per adeguare il cinema mette in movimento imprese, tecnici, artigiani, fornitori e servizi. Quando l’attività si ferma, il tempo ha un costo: le spese continuano a maturare, i ricavi vengono meno, si perdono occasioni commerciali e diventa più difficile recuperare gli investimenti già effettuati.

Per un cinema il fattore tempo pesa ancora di più. La programmazione segue finestre precise e perdere le uscite più importanti di una stagione non significa semplicemente poterle recuperare qualche mese dopo alle stesse condizioni.

Una volta ripristinate le condizioni di sicurezza richieste, quanto del tempo trascorso prima della rottura definitiva era tecnicamente e amministrativamente necessario? E quanto, eventualmente, avrebbe potuto essere evitato?

La risposta serve anche a valutare come sia stata gestita l’intera vicenda. Amministrare una città non significa soltanto assicurarsi che ogni ufficio rispetti la procedura di propria competenza. Significa anche coordinare gli uffici, evitare che le pratiche si blocchino tra competenze diverse e cercare, nel rispetto delle norme, una soluzione ai problemi.

Nel caso del Madison si sono incrociati per mesi sicurezza, attività economica, procedure amministrative e interesse culturale. Bisogna capire se il Comune sia riuscito a governare questo intreccio o se ciascun pezzo della macchina amministrativa abbia semplicemente seguito il proprio percorso fino alla rottura definitiva con la società.

Di luoghi della cultura ci siamo occupati più volte anche su questo giornale. Abbiamo parlato dell’ex Fabbrica Ancione e del Mulino Curiale, del Centro Servizi Culturali progressivamente svuotato delle sue funzioni e dell’ex Cinema Marino, che dopo otto anni non è ancora stato restituito alla città.

Sono storie diverse e non avrebbe senso metterle tutte sullo stesso piano. Qualcosa, però, le accomuna: Ragusa continua a perdere, lasciare incompiuti o vedere indebolirsi luoghi che hanno avuto o potrebbero avere una funzione culturale.

La domanda diventa allora molto concreta: che politica culturale ha Ragusa?

Lo abbiamo detto più volte su queste pagine e crediamo sia necessario ribadirlo: una politica culturale non si misura soltanto dal numero di eventi, festival e spettacoli organizzati durante l’anno. Si misura anche dalla capacità di conservare luoghi e funzioni, accompagnarne le trasformazioni, sostenere chi investe nella cultura e portare a compimento le infrastrutture pubbliche.

Sul caso Madison la città ha bisogno di sapere cosa sia realmente accaduto e poi chiedersi quale idea abbia Ragusa del proprio futuro culturale.

Cominciamo dalle carte, per fare la massima chiarezza. Poi crediamo che chi guida oggi il Comune di Ragusa abbia il dovere di capire se la chiusura dell’unico multisala della città sia davvero definitiva o se ci sia ancora la possibilità di salvaguardare la funzione culturale che quel luogo ha svolto per tanti anni.

Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

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