di Leandro Papa
Direttore Comunità Progressista
Un anno fa, su queste pagine, pubblicavamo un articolo dal titolo “Oltre lo specchio dorato: la retorica che seda i malumori”. Nel tentativo di riassumere la narrazione che il sindaco Peppe Cassì fa di Ragusa, città meravigliosa nella quale tutto sommato dovremmo considerarci piuttosto fortunati a vivere, ci eravamo convinti che passasse le giornate chiedendosi: “Allora perché diamine i ragusani si lamentano anche se viviamo nel posto più bello del mondo?”
Siamo abbastanza sicuri di aver avuto ragione perché, nel frattempo, pare abbia trovato la risposta e deve essergli sembrata così buona da condividerla persino in Consiglio comunale: è colpa del paradosso di Tocqueville!
“Ah… anche sociologo!”, avrebbe detto la celebre signorina Silvani in un misto tra sorpresa e incredulità.
Insomma, Cassì ha preso in prestito il pensiero di Alexis de Tocqueville per spiegarci che – in soldoni – “meglio vanno le cose e più aumenta l’insoddisfazione”.
Straordinario!
Scemi noi a non averci pensato prima.
In pratica, l’amministrazione Cassì ha costruito un sistema perfetto, nel quale è praticamente impossibile perdere. Se i ragusani sono soddisfatti, vuol dire che la città funziona bene. Se i ragusani sono insoddisfatti, vuol dire comunque che la città funziona bene, solo che proprio per questo i cittadini sono diventati più sensibili a quello che non funziona. E quindi si lamentano, ’sti ingrati!
Testa vinco io, croce perdi tu.
Non c’è buca, cumulo di rifiuti, erbaccia, strada allagata o disservizio capace di scalfire una costruzione del genere. Perché qualsiasi problema, dal più piccolo al più grande, può diventare la dimostrazione che tutto sommato Ragusa e i suoi cittadini viaggiano a gonfie vele verso il benessere. È quasi il Paese della Cuccagna, con fiumi di latte e montagne di formaggio (Ragusano DOP, beninteso).
Un anno fa abbiamo tentato di spiegarlo a Cassì: il fatto che Ragusa sia bella, che venga apprezzata dai visitatori, che possieda un patrimonio straordinario e che i ragusani abbiano costruito nel tempo una città con molte virtù non significa automaticamente che sia amministrata bene. Soprattutto, non bisogna confondere le lodi di chi passa dalla nostra città per qualche giorno con attestati di buon governo. Chi viene qui per una breve vacanza viene per godersi ciò che di bello Ragusa ha da offrire e può facilmente chiudere un occhio (o entrambi) su qualcosa che, a casa propria, lo farebbe imbestialire.
E se il sindaco chiama in causa un pensatore francese dell’Ottocento, è forte la tentazione di rispondergli con il ben più recente “Effetto Dunning-Kruger”, il fenomeno che può essere osservato quando una scarsa competenza si accompagna alla difficoltà di riconoscere i propri limiti.
Ma resistiamo: preferiamo discutere di come viene amministrata Ragusa piuttosto che della psicologia di chi la amministra.
Perché ammettiamo pure che Cassì abbia ragione. Ammettiamo che Ragusa sia migliorata al punto da rendere i ragusani più esigenti. E quindi?
Se un cittadino che vive in una città migliore pretende che l’erba venga tagliata più spesso, che i rifiuti vengano raccolti, che una strada appena rifatta non si allaghi, che i servizi funzionino meglio, quel cittadino non sta dimostrando che il problema non esiste. Sta semplicemente chiedendo all’amministrazione di essere all’altezza dello standard che quella stessa amministrazione sostiene di avere raggiunto.
È questo il punto in cui il ragionamento si inceppa e viene fuori il vero paradosso. Ammettiamo pure che al migliorare delle condizioni aumentino le aspettative e, con esse, l’insoddisfazione per ciò che ancora non funziona. Ma da qui a sostenere che l’insoddisfazione sia la prova che le cose vanno meglio ce ne passa. Altrimenti, come detto poco sopra, abbiamo trovato la formula perfetta: più i cittadini si lamentano, più l’amministrazione può convincersi di stare facendo bene. E se smettono di lamentarsi, evidentemente va tutto bene lo stesso.
Ma la frase più interessante pronunciata dal sindaco arriva subito dopo. Parlando di questa presunta propensione dei ragusani all’insoddisfazione, Cassì dice: “Ce ne facciamo una ragione”.
Ecco, noi no.
Un anno fa chiudevamo quell’articolo scrivendo che quelli che si lamentano più forte, quelli che non si appiattiscono sulla narrazione del Palazzo, sono spesso proprio quelli che amano maggiormente Ragusa e che per questo andrebbero ascoltati.
Continuiamo a pensarla così.
Perché esistono due modi di reagire a un cittadino che segnala qualcosa che non funziona. Il primo è chiedersi se abbia ragione e, nel caso, provare a risolvere il problema. Il secondo è spiegargli perché, in fondo, il fatto stesso che si lamenti potrebbe essere la conseguenza di quanto sta bene.
Il secondo metodo ha un vantaggio enorme: funziona sempre, finché lo dici al microfono dell’aula consiliare. In un confronto a quattr’occhi, sconsiglieremmo di provarlo per scoprire la reazione del ragusano medio.
Ma una curiosità ci rimane. Cassì una buca con l’auto non la prende mai? Non gli capita mai di trovare una strada allagata? Non trova mai immondizia per strada? Un’aiuola abbandonata, un marciapiede dissestato o qualcosa che, molto semplicemente, non funziona come dovrebbe?
E quando succede, che fa? Si lamenta anche lui (con se stesso, ovviamente) oppure si consola pensando che, se gli dà così tanto fastidio, deve essere perché Ragusa è migliorata?
Tranquilli, ragusani, va tutto bene. Almeno finché, uscendo dalla città-vetrina che immagina Cassì, non si incontra la città vera.
Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

