di Luciana Licitra
C’è qualcosa di pericolosamente misogino nel dibattito che si è sviluppato in questi mesi intorno alla leadership del campo progressista. Qualcosa che alcune osservatrici e qualche osservatore hanno evidenziato con lucidità e rigore argomentativo, ma che sembra sfuggire alla maggior parte dei commentatori. Qualcosa di tanto più pericoloso quanto più ambiguo, inconsapevole o dissimulato, e che proprio per questo merita una riflessione attenta.
Tralascio la questione della scelta tra i due leader dei maggiori partiti di opposizione, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, che dovrebbe a mio avviso semplicemente risolversi nella scelta tra le primarie di coalizione o il principio secondo il quale la premiership spetta a chi avrà più voti alle prossime elezioni politiche. In base al sistema adottato, il consenso si misurerà ai gazebo o alle urne.
Complicare il pane non serve. Mi interessa invece evidenziare la normalizzazione della misoginia che si annida tra le pieghe del confronto – mediaticamente inventato, incardinato nel discorso pubblico e oltremodo enfatizzato – tra Elly Schlein e Silvia Salis.
La polarizzazione delle opinioni riguardo a queste due politiche pone di per sé un primo problema. Si traduce in un’opposizione arbitraria, costruita secondo una logica binaria e competitiva che, anziché valorizzare la ricchezza delle (indubbie) capacità di ciascuna di loro, riduce il dibattito a un gioco a somma zero. Non si amplia lo spazio della rappresentanza femminile, ma lo si redistribuisce in modo agonistico, come se il campo fosse limitato e non potesse accogliere una pluralità di leadership femminili.
Il secondo aspetto critico sono i parametri adottati nel paragonare la segretaria nazionale del PD e la sindaca di Genova. Non il curriculum, il consenso misurato in voti, i fatti o i risultati, ma valori aleatori e soggettivi che si inscrivono più nel regno della percezione che in quello dell’analisi e che, ancor peggio, rivelano la femminilizzazione delle qualità che si richiedono a una leader donna.
Parametri che difficilmente verrebbero applicati a leader uomini, o semplicemente non verrebbero loro applicati. Avete mai sentito dire che Veltroni è più o meno “empatico” di D’Alema? O che Renzi è più o meno “comprensibile” di Franceschini? Che Prodi arriva in maniera più “diretta” di Bersani? Ecco, io no. Il confronto tra leader uomini verte sulle idee, sui programmi, sulla coerenza delle loro storie politiche, non su criteri del tutto soggettivi, e in quanto tali mutevoli e contraddittori, né tantomeno su aspetti slegati dalla sfera politica. Al contrario, la complessità in un uomo è sinonimo di competenza, la compostezza emotiva sinonimo di padronanza di sé, e così via.
Ma per una leader donna è diverso: il suo stile, il suo linguaggio e la sua stessa personalità diventano oggetto di uno scrutinio continuo, che si concentra più sulla percezione di chi guarda che sulla sostanza della sua azione o del suo pensiero, con uno scivolamento quasi automatico dal piano politico/pubblico al piano personale/privato.
Questo meccanismo è tutt’altro che neutro. È il segnale di una misoginia che, proprio perché normalizzata, si presenta in forme meno facilmente individuabili, ma che rivelano la difficoltà di riconoscere pienamente l’autorevolezza delle donne in politica senza sottoporle a criteri di valutazione distorti.
Una dinamica che finisce per penalizzare tutte le donne e l’intero campo progressista, che dovrebbe invece fondare la propria forza sulla capacità di costruire un progetto politico credibile anche a partire dal patrimonio di elaborazione teorica e di pratiche femministe di cui le donne sono detentrici.
Uno sguardo femminista impone di riconoscere e contrastare queste derive. Ciò significa rifiutare l’idea che lo spazio politico sia una competizione tra poche figure femminili in alternativa tra loro. Significa affermare che la presenza delle donne in politica non è una concessione, ma una componente strutturale della democrazia. Significa riportare al centro il merito delle proposte e delle pratiche politiche, sottraendo le leadership femminili a una valutazione costantemente deformata da aspettative implicite. E significa, infine, riconoscere la differenza tra leadership femminile e leadership femminista: solo la seconda ha una connotazione politica e una potenza trasformativa, mentre la prima è un mero dato statistico difficilmente destinato a migliorare l’esistenza delle donne e delle altre soggettività femminilizzate. Ce lo insegna, tra le altre, proprio Giorgia Meloni, la prima presidente del Consiglio della storia repubblicana.
E a proposito di Giorgia Meloni, donna, madre, cristiana: dispiace leggere Silvia Salis definirsi, in un’intervista rilasciata a una nota rivista, “madre, cattolica, eterosessuale”. Vero è che subito dopo si affretta a dire “ma il mio modello non è l’unico”, come del resto ha dimostrato a Genova con il riconoscimento dei figli e figlie di coppie omogenitoriali formate da donne e con quello dell’Identità Alias. Ma allora perché ricalcare le stesse categorizzazioni usate da Meloni? Perché identificarle, e identificarsi, come modello normalizzato sia pure non unico? Un onesto riconoscimento della propria posizione di privilegio rispetto ad altre soggettività marginalizzate o un’intenzionale rassicurazione al proprio potenziale elettorato? O, ancora, un duplice confronto – questa volta agito e non subito – con le altre due protagoniste della scena politica italiana, da una parte l’incarnazione della destra più conservatrice, dall’altra una donna apertamente bisessuale, non madre e “non particolarmente credente né praticante”?
Resistere alla normalizzazione della misoginia politica vuol dire anche questo: non accettare come inevitabile un ordine del discorso che rivela ancora una profonda asimmetria tra i generi, non prestarsi alle sue logiche e non adottarne il lessico. Semmai ribaltarlo, svelarne le trappole e gli artifici retorici, evidenziare, punto per punto, con precisione e caparbietà, gli aspetti discriminatori e sessisti. E lavorare, dentro e fuori i partiti, perché il confronto torni a essere luogo di riconoscimento, e non di riduzione, delle differenze.
Comunità Progressista n. 6 – Maggio 2026

