di Anthony Barbagallo
Segretario regionale PD Sicilia
La privatizzazione della SAC non è più un’ipotesi. La procedura è partita, dieci grandi operatori italiani e internazionali sono stati ammessi alla seconda fase e una quota di maggioranza della società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso potrà passare nelle mani di un soggetto privato.
Sappiamo, dunque, chi potrebbe comprare SAC. Quello che ancora non sappiamo è più importante: quale futuro immaginiamo per Catania e Comiso?
È una domanda che viene prima della contrapposizione tra pubblico e privato. In un’isola gli aeroporti non sono infrastrutture come tutte le altre: riguardano il diritto alla mobilità, la competitività delle imprese, il turismo e la possibilità stessa di ridurre gli svantaggi derivanti dall’insularità.
È per questo che fin dall’inizio della legislatura alla Camera mi sono occupato di continuità territoriale e diritto alla mobilità. Ed è per questo che la privatizzazione di SAC non può essere considerata una normale operazione finanziaria. Stiamo decidendo chi e secondo quale progetto gestirà fino al 2049 due infrastrutture strategiche della Sicilia orientale.
In questi anni abbiamo avuto una società unica per Catania e Comiso senza riuscire a costruire fino in fondo un vero sistema aeroportuale integrato.
Lo abbiamo visto nel 2023, quando l’incendio di Fontanarossa mise in difficoltà per giorni il trasporto aereo della Sicilia orientale e Comiso non riuscì a svolgere pienamente quella funzione complementare che avrebbe potuto alleggerire l’emergenza. Un anno dopo, durante un’audizione parlamentare sul Piano nazionale degli aeroporti, dissi che acquisire Comiso senza valorizzarlo era come comprare un buon giocatore e lasciarlo in panchina.
Ma il problema di Comiso non riguarda soltanto SAC. Riguarda soprattutto le scelte della politica.
Nello Dipasquale conduce da anni all’Assemblea regionale una battaglia che condivido: gli aeroporti minori non possono essere lasciati esclusivamente alle convenienze del mercato. La sua formula “tanto a Birgi, tanto a Comiso” sintetizza una questione che non ha nulla di campanilistico: la Regione deve garantire criteri equilibrati e una politica stabile per gli scali che hanno bisogno di sostegno per attrarre le compagnie.
Lo so anche per esperienza diretta. Quando ero assessore regionale al Turismo, durante il governo Crocetta, scegliemmo di investire contemporaneamente sugli aeroporti di Trapani e Comiso. Negli anni successivi quella politica è stata abbandonata e Comiso ha progressivamente perso collegamenti. Adesso che sono tornate risorse regionali per incentivare le rotte, tornano anche i voli.
È la dimostrazione che il mercato da solo non costruisce una politica dei trasporti. Spetta alla politica creare le condizioni perché anche un territorio periferico possa essere collegato e competitivo.
Ed è anche la ragione per cui Comiso non può essere considerato semplicemente l’aeroporto di Ragusa. Serve una parte importante della Sicilia sudorientale e può rendere più forte lo stesso aeroporto di Catania. È su questo che il lavoro portato avanti da Dipasquale all’ARS e quello che abbiamo svolto in Parlamento convergono: non bisogna scegliere tra Catania e Comiso, bisogna costruire un sistema nel quale entrambi abbiano una funzione chiara.
È da qui che dovrebbe cominciare anche la discussione sulla privatizzazione.
Prima di domandarci a chi vendere SAC, dobbiamo stabilire cosa chiedere a chi compra: quali investimenti dovrà realizzare, quale ruolo sarà assegnato a Comiso, quali garanzie saranno previste per i lavoratori, quali standard di servizio dovranno essere rispettati e quale capacità di indirizzo resterà al pubblico.
SAC non è una società decotta della quale liberarsi. Produce utili, dispone di una concessione fino al 2049 e ha davanti un programma di investimenti infrastrutturali per centinaia di milioni di euro. Valutazione della società, qualità del partner industriale, piano di sviluppo e obblighi dell’acquirente sono quindi questioni sostanziali, non dettagli della procedura.
Non sono contrario per principio alla presenza di capitale privato. Un partner industriale può portare risorse, competenze e capacità di investimento. Ma deve essere il capitale a servire un progetto di sviluppo, non il contrario.
Rimane poi una questione istituzionale che continuo a considerare irrisolta.
La Camera di Commercio del Sud Est detiene oltre il 60 per cento di SAC e continua a essere amministrata da un commissario nominato dalla Regione. Da tempo chiediamo che vengano ricostituiti i suoi organismi ordinari e restituita alle categorie economiche la rappresentanza che spetta loro.
Non è una questione di nomine. Chi decide di cedere il controllo di SAC assume una decisione destinata a produrre conseguenze per decenni. È difficile comprendere perché una scelta di questa portata debba maturare mentre il principale azionista della società continua a essere governato in regime commissariale.
Perché tanta fretta nel vendere e tanta lentezza nel restituire rappresentanza alle imprese e ai territori?
Il governo Schifani dovrebbe rispondere a questa domanda e, soprattutto, dovrebbe spiegare quale progetto abbia per i due aeroporti prima di completare la cessione della società che li gestisce.
Se Comiso deve avere finalmente un ruolo strutturale, questo ruolo deve essere previsto nel progetto industriale del futuro socio. Se Catania deve continuare a crescere, bisogna stabilire con quali investimenti e standard di servizio. Se vogliamo capitale privato, dobbiamo definire prima gli interessi pubblici che quel capitale sarà chiamato a rispettare.
Catania e Comiso sono infrastrutture strategiche della Sicilia. Possiamo discutere senza pregiudizi del modello societario migliore per farle crescere.
Ma prima scegliamo il futuro, poi il socio.
Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

