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Scegliere da che parte stare – Speciale Costruire l’Alternativa

SERVONO COERENZA E VALORI COMUNI

di Najla Hassen
Coordinatrice cittadina Movimento 5 Stelle

Fare politica vuol dire mettere da parte le ambizioni personali e al centro il bene comune. Certo, è un obiettivo complicato, visto che i progressisti, da sempre, sembrano essersi messi d’accordo solo sul non mettersi d’accordo.
Non si può immaginare un’alleanza tra tante anime senza accettare il momento dello scontro, che non va considerato un problema, è in realtà indice di sincerità: non esiste una famiglia perfetta che non abbia attraversato momenti di accesa discussione. Dobbiamo essere anche in grado di accogliere e ascoltare le opinioni dei gruppi politicizzati, che criticheranno le nostre incoerenze: non siamo perfetti.
Il campo progressista sarà un blocco strategico dove l’alterità siglerà un patto comune. Ovviamente, un patto richiede fiducia reciproca, ma anche coraggio e coerenza. E non possiamo essere progressisti a temi alterni: sì sui diritti civili e no sull’ambiente; sì sul diritto all’aborto e no sui diritti degli stranieri.
Una coalizione non è la somma di numeri. Uno più uno, infatti, non sempre fa due. Il nostro è un elettore d’opinione, che aspetta visioni concrete; non è interessato alle mille sigle messe insieme. La coalizione progressista dovrà intraprendere la strada della persuasione. Niente scorciatoie!
La politica di oggi è egocentrica, con professionisti della comunicazione bravi a manipolare le percezioni. È la politica degli scatti “instagrammabili” e delle parole perfette. Dobbiamo tornare alla genuinità delle parole, senza tentare di drogare le percezioni.
La politica deve scegliere chiaramente i propri interlocutori: non si può parlare insieme a chi è sfruttato e a chi sfrutta. Un nostro interlocutore fondamentale è il sottobosco formato da associazioni e collettivi che si occupano di ambiente, di arte, di Palestina, di diritti civili e molto altro, tutti uniti dai valori della Costituzione. Dobbiamo inoltre includere nel nostro discorso politico lo straniero, senza alcun paternalismo. Una volta definiti questi parametri progressisti, “nel fiume rimarranno solo le sue pietre”.
Ma oltre a identificare il nostro interlocutore, mettiamo a fuoco anche il nostro avversario politico. Questo gigante che sembra imbattibile, in realtà, è solo l’ombra proiettata da un topolino seduto davanti a un falò. La destra non gode di un consenso di massa; lo dimostra l’enormità del partito degli astensionisti. Si mantiene in vita attraverso il mito dell’omogeneità della cultura italo-cristiana.
Se ci pensiamo, buona parte dell’elettorato della destra locale è progressista: il sindaco Cassì ha ottenuto un ampio consenso grazie a un abile camuffamento progressista. Quindi la destra, se da un lato al bisogno usa il progressismo, dall’altro usa il razzismo radicale, come strumento di sopravvivenza politica. Serve a frantumare il blocco del proletariato, sia esso bianco o immigrato.
Abbiamo il compito di costruire un “NOI” radicalmente diverso dalla destra che usa strumentalmente il disagio sociale.

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