di Serena Ingrosso
Psicoterapeuta e operatrice CAV
Ci sono momenti in cui la cronaca smette di essere una sequenza di nomi e diventa una domanda collettiva alla quale non possiamo più sottrarci.
Negli ultimi mesi l’Italia ha assistito a una drammatica successione di femminicidi. Donne uccise da uomini con cui avevano avuto una relazione, uomini dai quali avevano cercato di allontanarsi, uomini che in alcuni casi erano già stati segnalati, denunciati, ammoniti. Tra le storie che più hanno scosso l’opinione pubblica c’è quella di Tania Terrin, 39 anni, uccisa nel Veneziano dall’ex compagno. La sua morte ha riportato con forza una domanda che chi lavora nei centri antiviolenza conosce da tempo: che cosa succede dopo che una donna chiede aiuto?
Perché il problema non è soltanto convincere una donna a denunciare. Il problema è cosa lo Stato, le istituzioni e la comunità sono in grado di fare dopo quella denuncia.
I dati ci ricordano che non siamo di fronte a un fenomeno marginale. Nel 2025, secondo il Ministero dell’Interno, sono state 97 le donne uccise in Italia, 85 delle quali nell’ambito familiare-affettivo; rispetto al 2024 i femminicidi sono diminuiti, ma questo non può diventare un alibi per considerare risolto un problema strutturale. E soprattutto la violenza contro le donne non coincide con il numero degli omicidi. L’ultima indagine Istat ci dice che il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Sono milioni di storie, molte delle quali non arriveranno mai sulle pagine dei giornali.
La denuncia è un passaggio, non una protezione. Nel lavoro quotidiano con le donne vittime di violenza impariamo presto che denunciare può essere un atto di straordinario coraggio, ma non significa automaticamente essere al sicuro. Anzi, spesso il momento in cui una donna decide di interrompere la relazione, di denunciare o di rendere visibile ciò che sta accadendo è proprio uno dei momenti di maggiore esposizione al rischio. L’uomo violento può vivere la separazione come perdita del controllo. E il controllo è certamente uno degli elementi centrali della violenza di genere.
Per questo è pericoloso continuare a immaginare la denuncia come una sorta di interruttore: prima c’è la violenza, poi la denuncia, e da quel momento le istituzioni intervengono e la donna è protetta. La realtà è molto più complessa.
Una donna può denunciare e tornare a casa la sera stessa. Può avere figli da proteggere. Può non avere un reddito sufficiente per vivere autonomamente. Può avere un mutuo, un contratto precario, una rete familiare lontana. Può essere terrorizzata dalle conseguenze della denuncia. Può cambiare idea, ritirarsi, minimizzare, cercare una mediazione con il proprio aggressore.
Tutto questo non significa che la violenza non fosse grave. Significa che quella donna sta cercando di sopravvivere dentro una situazione di potere e di paura.
È una distinzione fondamentale, perché uno dei rischi più grandi del nostro sistema è trasformare le esitazioni della vittima in una prova contro la vittima stessa. Il comportamento della donna non può essere il parametro del rischio. Chi lavora nei centri antiviolenza sa quanto sia difficile per una donna riconoscere fino in fondo la situazione nella quale è immersa.
La violenza psicologica produce isolamento, paura, perdita di autostima, senso di colpa. L’alternanza tra minaccia e apparenti momenti di tranquillità alimenta la speranza che l’uomo possa cambiare. Le promesse, le scuse, le dichiarazioni d’amore possono convivere con il controllo, le intimidazioni e le aggressioni.
Per questo non possiamo chiedere alla vittima di essere sempre coerente, lucida e determinata.
Dobbiamo pretendere, invece, che siano le istituzioni a essere coerenti. Se una donna dice di avere paura, quella paura deve essere valutata. Se racconta episodi di stalking, strangolamento, minacce, aggressioni, controllo ossessivo o minacce di suicidio da parte del partner, questi elementi devono entrare in una valutazione complessiva del rischio. E se una donna decide di separarsi, il sistema deve interrogarsi su ciò che può accadere nelle ore o nei giorni successivi. Non possiamo continuare a valutare il pericolo solo attraverso il singolo episodio denunciato. La violenza domestica è una storia, non un fotogramma.
Il caso di Tania Terrin ci impone di guardare dentro la rete ed è particolarmente doloroso proprio perché pone interrogativi sulla capacità del sistema di leggere i segnali di rischio. La stampa ha riferito di violenze, stalking, un episodio di strangolamento e di precedenti segnalazioni; nei confronti dell’ex compagno, inoltre, era stato emesso un ammonimento del questore. Dopo il femminicidio, il Ministero della Giustizia ha annunciato la valutazione dell’invio di ispettori alla Procura di Venezia per verificare che cosa non abbia funzionato.
Non spetta a noi accertare eventuali responsabilità. Ma possiamo dire con fermezza che ogni femminicidio deve diventare un’occasione per verificare il funzionamento della rete di protezione. Per capire dove la catena si è interrotta, dove un rischio non è stato riconosciuto, dove un provvedimento non è stato sufficiente, dove una donna è rimasta sola. Una morte non può essere soltanto un fascicolo che si chiude con una condanna, deve anche diventare conoscenza istituzionale.
C’è poi una questione che come operatrici non possiamo più rimandare. I centri antiviolenza vanno considerati parte integrante del sistema di protezione, non un servizio esterno al quale rivolgersi quando tutto il resto non ha funzionato.
Nei centri le donne trovano ascolto, ma non solo: trovano professioniste che conoscono le dinamiche della violenza, che possono contribuire alla valutazione del rischio, costruire insieme alla donna un percorso di uscita, attivare una rete con servizi sociali, strutture sanitarie, forze dell’ordine e case rifugio.
L’Istat evidenzia l’importanza delle reti territoriali tra i centri antiviolenza e gli altri servizi, ma segnala anche differenze territoriali nella loro integrazione: nel 2025 l’adesione dei centri alle reti risultava molto elevata nel Nord-Ovest e nel Centro, mentre era più bassa nel Mezzogiorno.
Questo significa che la protezione di una donna non può dipendere dal luogo in cui vive. In Italia esistono territori nei quali la rete funziona meglio e territori dove una donna può incontrare più difficoltà nell’accesso ai servizi, all’accoglienza e all’autonomia. È una disuguaglianza che la politica deve affrontare. Servono risorse, ma anche responsabilità.
Non basta approvare nuove norme ogni volta che un femminicidio scuote il Paese perché una legge, da sola, non accompagna una donna fuori da una casa violenta.
Servono personale adeguato nelle procure e nei tribunali, forze dell’ordine formate e in numero sufficiente, servizi sociali capaci di seguire i casi complessi. Servono case rifugio e soluzioni abitative, sostegni economici per permettere alle donne di ricominciare una vita autonoma. Servono servizi psicologici accessibili. Soprattutto, serve continuità.
Una donna non ha bisogno di incontrare cinque istituzioni che le chiedono cinque volte di raccontare la stessa storia. Ha bisogno di una rete che condivida le informazioni necessarie alla sua sicurezza, nel rispetto delle garanzie e della riservatezza, e che sappia assumersi la responsabilità del percorso.
Dobbiamo passare dalla logica dell’emergenza alla logica della presa in carico. C’è un’altra trasformazione culturale che considero indispensabile: smettere di raccontare la donna vittima di violenza come una persona che deve “avere il coraggio di denunciare”. Il coraggio lo ha già avuto quando ha chiesto aiuto.
Il nostro compito è costruire un sistema abbastanza forte da sostenerla quando finalmente decide di uscire dalla violenza. E dobbiamo smettere di domandarci perché non se ne sia andata prima. La domanda corretta è: perché un uomo ha ritenuto di avere il diritto di controllarla, minacciarla, perseguitarla o ucciderla? La responsabilità della violenza appartiene a chi la agisce. Questo principio deve attraversare la giustizia, la scuola, la sanità, i servizi sociali, i media e la politica.
La violenza contro le donne non è soltanto una questione criminale. È una battaglia di democrazia. Perché una donna non è veramente libera se non ha la possibilità concreta di sottrarsi alla violenza. Non è libera se, dopo una denuncia, non ha un luogo sicuro dove andare, se non ha un reddito con cui mantenere se stessa e i propri figli. Non è libera se teme che la separazione possa costarle la vita. Non è libera se ogni passaggio istituzionale le chiede di dimostrare nuovamente di essere una vittima credibile.
La libertà delle donne passa anche dalla qualità dei servizi pubblici che mettiamo loro a disposizione. Per questo la lotta ai femminicidi deve essere una priorità politica permanente, non soltanto una reazione emotiva dopo l’ennesimo delitto.
Dobbiamo investire nei CAV, nelle case rifugio e nei servizi territoriali. Dobbiamo garantire formazione specialistica e continua a chi accoglie le denunce. Dobbiamo costruire sistemi efficaci di valutazione e gestione del rischio. E dobbiamo educare alla libertà, al consenso, al rispetto e alle relazioni non basate sul possesso.
Dobbiamo rafforzare il coordinamento tra magistratura, forze dell’ordine, sanità, servizi sociali e centri antiviolenza. Dobbiamo analizzare ogni femminicidio per capire dove la rete si è spezzata.
Perché ogni volta che una donna denuncia e poi viene lasciata sola, non fallisce soltanto una procedura. Fallisce una promessa fondamentale dello Stato: quella di proteggere chi chiede aiuto.
Le donne non devono essere costrette a diventare esperte di procedure, codici, misure cautelari e percorsi giudiziari per poter essere protette. Devono poter trovare, dall’altra parte della loro richiesta di aiuto, una rete preparata, competente e sufficientemente forte da non lasciarle cadere.
È da qui che dobbiamo ripartire, non dall’ennesimo slogan dopo l’ennesimo femminicidio. Dalla responsabilità, dalla prevenzione, dalla protezione, dalla libertà delle donne.
Comunità Progressista n. 8 – Settembre/Ottobre 2026

